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L’Assedio di Castellina in Chianti, 1478 – M. Giuliani

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]L'ASSEDIO DI CASTELLINA IN CHIANTI, 1478[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: M. Giuliani[/font][/color][/size][/b][/i]


All'inizio di luglio del 1478 gli abitanti di Castellina in Chianti avevano finito forse da poco i lavori di mietitura e certo stavano ammassando i covoni nei campi oppure era già cominciata la battitura del grano sulle aie, quando verso il 10 di luglio, qualcuno disse di aver visto passare a Poggibonsi parecchi cavalieri del Duca di Milano, che venivano dalla via di Pisa. In quei giorni di mezzo luglio soldati di ogni genere stavano marciando sulle strade toscane, diretti verso il Poggio Imperiale e i castelli e luoghi forti del contado fiorentino per rafforzarne i presidi.

Negli stessi giorni a Castellina sarà corsa la voce che squadre di cavalleria del re di Napoli stavano avanzando verso il Chianti ed è certo che, a questa notizia, i contadini e gli abitanti di Castellina avranno raddoppiato i loro sforzi per cercare di finire i lavori campestri prima che la guerra toccasse i loro campi e vigneti. Il paese era agitato da voci di varia provenienza che annunciavano ora l’avvicinarsi dei senesi, ora il passaggio di una squadra di fanti di Firenze sulla strada di Radda. Le persone in età ricordavano bene la guerra patita da Castellina 26 anni prima, quando il loro paese aveva resistito vittoriosamente per quarantaquattro giorni all’assedio del re di Napoli. Non sappiamo se per quell’assedio del 1452 fu impiegata l’artiglieria, probabilmente vennero costruiti e usati mangani e briccole, macchine da lancio azionate da congegni a torsione e sfruttanti il principio delle leve. Il danno che questi ordigni bellici potevano causare ad una cinta muraria era notevole: lanciavano massi a tiro curvo che, piombando sui tetti delle case o sulle strutture lignee costruite a coronamento di mura e torri, sfondavano e fracassavano con efficacia. Nel 1452 Castellina riuscì a resistere per quarantaquattro giorni all’assedio dei soldati del regno di Napoli e Aragona finché, un giorno, le macchine da guerra smisero di tirare sassi, i cavalieri nemici se ne andarono e i soldati di fanteria li seguirono dopo aver smontato le tende e incendiato il campo. Ma da allora erano passati 26 anni e il modo di fare la guerra era cambiato, non per la struttura organizzativa di fanterie e gente a cavallo, ma per l’uso crescente che si stava facendo in guerra dell’artiglieria.
Verso la metà di luglio del 1478 le genti armate condotte dai capitani di papa Sisto IV e re Alfonso di Aragona mossero dai luoghi dove si erano concentrati a primavera per sconfinare dal territorio senese in quello fiorentino; in piena estate le squadre di uomini d’arme montati e i contingenti di fanteria già marciavano lungo le strade e le viottole che si snodano sulle colline chiantigiane; contadini e cittadini senesi approvvigionavano i soldati del papa e del re Alfonso di Aragona; carri trainati dai bovi avanzavano traballando sulle strade bianche della campagna; truppa di fanteria napoletano-aragonese, bande di gente montefeltrina, uomini assoldati nella Campagna romana marciavano sotto la calura del sole estivo, con le bandiere levate a mostrare al sole i colori di Aragona e le chiavi di San Pietro.
Verso la metà di luglio le soldatesche del regno di Napoli e del papa già si lanciavano in scorrerie nelle campagne intorno a Montepulciano, non sappiamo quanto tempo ci volle perché la notizia di quei saccheggi e incendi giungesse fino a Castellina, certo è che nel castello cominciò ad arrivare qualche banda di soldati amici, reclutati dove era capitato di trovarne e mandati dai Dieci di guerra di Firenze a rinforzare le guarnigioni ai confini con lo stato di Siena; il grosso delle truppe fiorentine si stava concentrando sopra Poggibonsi, nel campo fortificato di Poggio Imperiale e lì affluivano i più grandi capitani assoldati da Firenze con i loro seguiti di cavalieri, fanti e bombarde. Castellina era solo una terra forte da tenere presidiata, al pari delle altre che presidiavano il confine chiantigiano con lo stato senese. La linea di difesa del territorio fiorentino in quella zona correva da Poggibonsi a Castellina, Radda, Meleto, San Polo e il castello di Brolio su fino ai monti del Chianti, oltre i quali si scende in Valdarno.
Insieme alle bande di fanteria e forse scarse squadre di cavalleria, arrivarono a Castellina da Firenze alcuni carri di buoi con pezzi d’artiglieria per rinforzare la difesa, seguiti da altri carri e file di muli con rifornimenti di polvere da sparo, stoppa, cordame, materiale da fucina e da fabbri. Non sappiamo quando arrivarono i rinforzi fiorentini, forse alla spicciolata oppure in colonna con i fanti che marciavano intorno ai carri carichi delle preziose artiglierie, certo è che insieme alle artiglierie arrivò Giuliano da Sangallo a Castellina con l’incarico di fortificare il luogo e, all’occorrenza, sovrintendere al maneggio dell’artiglieria fiorentina.
Fortificare un paese, nell’epoca che vedeva e subiva per la prima volta i bombardamenti di luoghi abitati, significava innanzitutto cercare di proteggere i luoghi deboli della cinta muraria. Questa era spesso “antica”, costruita magari solo pochi decenni prima, con bozze di pietra murate a filaretto, pietrame spezzato, mattoni; una cinta muraria addossata alle case abitate, con le mura a piombo, aperte solo da feritoie oblunghe da balestra e tonde da schioppo. Nel 1452 Castellina aveva resistito 44 giorni, ma il progresso nell’uso delle armi da fuoco, negli ultimi anni, aveva portato ad una maggiore esperienza nell’uso delle bombarde. Queste potevano essere lunghe da 4 a 6 metri, con il pezzo in ferro colato, altre potevano essere di ferro battuto, rinforzate da cerchioni sempre di ferro saldati a caldo sull’anima della bombarda. Questi pezzi d’artiglieria potevano essere composti di due pezzi distinti: la camera di scoppio e la tromba, quest’ultima di sezione più larga, ma più breve della camera. La palla era di pietra scalpellata e veniva calata dentro la bocca della bombarda, nella camera veniva invece pressata la carica di lancio; incastrati poi i due pezzi della bombarda a martellate, questa poteva essere regolata nell’alzo mediante cunei di legno posti sotto il pezzo. Il calibro di queste armi era enorme: anche 520 mm, naturalmente la larghezza del calibro permetteva di sparare una palla più grossa, per esempio da 150 chili. Il parco d’artiglieria di un esercito della seconda metà del Quattrocento non comprendeva però solo le bombarde, destinate alla guerra d’assedio; altri pezzi venivano usati in campagna e sulle postazioni fisse come quelle postate sulle mura di una terra. Allungando la volata del pezzo e riducendone il calibro si otteneva un cannone che sparava proiettili più piccoli, ma la cui gittata era aumentata: dai due o trecento metri coperti da una bombarda, ai 500 e oltre di un passavolante o di un basilisco. La maggior parte delle armi da fuoco presenti però nelle fortificazioni dovevano essere armi come la spingarda lunga meno di tre metri, che sparava palle di piombo o di ferro o, infine, lo scoppietto, arma da fanteria antenata del moderno fucile. Una volta sistemati sulle loro piazzole questi pezzi d’artiglieria sparavano a tiro radente, ovvero il proiettile colpiva il bersaglio non più per gravità dall’alto o con forte inclinazione come le vecchie macchine da lancio, ma direttamente a 90 gradi e con la violenza dell’esplosione, riuscendo, con la successione dei colpi, a incrinare, lesionare e far crollare le mura costruite secondo la tecnica tradizionale. Gli architetti, studiando l’impatto delle nuove armi contro le strutture murarie, avevano elaborato nuove soluzioni tecniche, allargando innanzitutto la base delle muraglie, inclinando le superfici cercando di offrire al tiro radente una qualche angolatura per smussare l’impatto del proiettile. Oltre a questa prima soluzione, era stato notato come un bastione di terra pressata incassava molto meglio le palle rispetto ad un muro verticale di pietra.
Giuliano da Sangallo aveva allora 33 anni e appena arrivato a Castellina si mise all’opera per rinforzare le mura, far scavare trincee la cui terra veniva accumulata a formare bastioni; gli abitanti di Castellina furono certo invitati, volenti o nolenti, a prestare la forza delle loro braccia per maneggiare zappe e vanghe, a trasportare le ceste di terra, a spingere le carriole, a tagliare a forza di scuri gli alberi dei dintorni per farne palizzate e ripari ovunque a Giuliano da Sangallo paresse più utile. Le mura furono irrobustite con opere di terra e mattoni, furono costruite feritoie per il tiro degli scoppietti e, sopratutto, individuati i siti dove piazzare bombarde e bombardelle venute da Firenze, oltre quelle armi da fuoco che forse già erano in dotazione alla guarnigione di Castellina. Anche per questi lavori occorreva tempo: era necessario approntare le scorte di polvere da sparo, costruire ripari di terra con tettoie di legno perché i barili di polvere stessero all’asciutto e, sopratutto, lontani dal fuoco. Davanti alle postazioni dei cannoni, una volta scavate e terrapienate con travi e pali, furono alzate protezioni mobili di legno, sorta di ripari di tavole, alabili con funi per celare la bocca da fuoco alla vista del nemico.
Tra le tante cose Giuliano da Sangallo dovette pensare anche a far accumulare più scorte che fosse possibile di acqua e cibo, sia per gli uomini che per le bestie; certo che gli abitanti di Castellina avranno avuto cura dei loro pozzi e del raccolto appena tagliato, ma tutte le cose da mangiare, diventate preziose, furono immagazzinate e probabilmente sorvegliate da guardie armate. In piena estate un luogo di campagna come Castellina poteva avere buone scorte di granaglie per la stagione del raccolto appena passato, ma le provviste di carne salata, di olive, d’olio conservato nei barili, di vino nelle botti e nei caratelli erano molto calate durante l’inverno e, fino all’autunno, non sarebbero state reintegrate. Comunque il paese si preparava all’assedio, sistemando le artiglierie, ma anche affilando falci e pennati, strumenti di lavoro quotidiani mutati in ottime armi per il combattimento di mischia. Tutti gli usci delle case e le porte della terra furono serrate, inchiodando tavole alle finestre per impedire che frecce o proiettili incendiari penetrassero nelle case, accumulando secchi d’acqua per spengere eventuali incendi. Il prete, infine, riunì i fedeli del suo popolo in chiesa, a pregare tutti insieme per la vita e la salvezza delle cose.
Il 19 luglio 1478 bande di cavalleria e fanteria senesi fecero le prime incursioni in territorio fiorentino e dalle torri di Castellina si saranno ben visti di notte i lumi e di giorno il fumo degli incendi, appiccati dalle avanguardie dell’esercito invasore. La Valdelsa era corsa dalle squadre di cavalleria nemica e il grosso dell’esercito napoletano, pontifico e senese stava addensandosi intorno a Monteriggioni. Lungo la Cassia arrivavano soldati del Montefeltro, romagnoli, umbri, romani, napoletani, comandati da capitani come Giuliano della Rovere mentre il capitano generale era Federico da Montefeltro, duca di Urbino; accanto a loro cavalcavano Alfonso duca di Calabria, figliolo del re di Napoli, e il vecchio Orso Orsini, capitano che aveva combattuto in cento battaglie. Era un esercito poderoso, composto da soldati in buona parte veterani e comandato dai massimi esponenti della scuola militare italiana dell’epoca; dietro ai celebri condottieri venivano i loro seguiti di cavalieri e anche persone non propriamente militari, come gli architettori. Accanto a Federico da Montefeltro e Giuliano della Rovere stava infatti Francesco di Giorgio Martini, trentanovenne senese già affermato e molto esperto nelle cose d’artiglieria.
Il 19 luglio l’esercito del papa e del re di Napoli, dopo aver mandato avanti squadre di cavalleria, pose il campo a Rencine; le fanterie incominciarono ad attendarsi sotto le bandiere piantate al centro del campo; poi arrivarono i carri che trasportavano le bombarde, gli inservienti le scaricarono dai carri mentre gli zappatori preparavano le piazzole dove piantare i pezzi. Forze senesi portarono come contributo anche una loro bombarda, ma i soldati senesi battevano sopratutto la campagna, mentre colonne di muli e carriaggi rifornivano di viveri il grosso esercito e davano indicazioni utili sul terreno ai capitani, indicando loro le vie e i luoghi per i quali era meglio muovere a danno di Firenze. Mentre gli artiglieri senesi si preparavano a bombardare Rencine squadre di cavalleria leggera predavano a fondo Valdelsa e Chianti, cacciando i contadini e chi aveva poderi nella zona: ognuno cercava di fuggire per riparare verso luoghi più protetti, sui carri, a piedi, a cavallo, lungo le vie che dal Chianti portano di collina in poggio fino alla piana dell’Arno dove giace Firenze.
Il 22 di luglio Calciano era in fiamme, a Rencine, sul poggio di fronte a Monteriggioni, i senesi piantarono la loro brava bombarda e, durante la notte, spararono tre colpi; il 23 luglio i senesi spararono altri sei colpi che fecero crollare la resistenza di Rencine che, a sera, fu assalita dalle fanterie urlanti grida di guerra; il paese fu messo a sacco e incendiato: uomini donne e bambini trovati in Rencine furono fatti prigionieri. Poi il comune di Siena ordinò la demolizione di tutte le mura e case dell’infelice borgo.
Dentro Castellina, alla notizia della caduta e sacco di Rencine, i soldati mandati da Firenze e gli abitanti, sbigottiti per la sorte toccata a Rencine, fecero guardia giorno e notte; forse non avevano sentito i colpi di cannone sparati nella notte a 15 chilometri di distanza, ma presto furono avvistate squadre di cavalli nemici correre verso Panzano e poco dopo colonne di fumo levarsi in quella direzione, segno certo che erano stati appiccati incendi a cose e case, per dare maggior guasto e danno possibile.
Dopo la presa di Rencine Federico da Montefeltro e i suoi riposarono per 5 giorni, poi le squadre di guerrieri a cavallo iniziarono a muoversi verso la Castellina e le bande di soldati a piedi avanzarono lungo le strade di Lilliano e San Leonino, preceduti sempre all’avanguardia da squadre di cavalleria leggera mandate in ricognizione. Federico da Montefeltro e gli altri capitani erano decisi a prendere la Castellina perché la posizione era strategicamente importante: dominava non solo la strada che porta dritta a Firenze passando attraverso il Chianti: a levante di Castellina è Radda da dove la strada porta a Montevarchi e al Valdarno di sopra; a ponente è Poggibonsi e la Val d’Elsa. Sul Poggio Imperiale si stava acquartierando le forze messe insieme da Firenze via che arrivavano, ma la mobilitazione procedeva lenta e certo i fiorentini, sulla difensiva, aspettavano le prossime mosse dei soldati del papa e del re di Napoli.
Era il 26 di luglio del 1478 quando Giuliano della Rovere e Federico da Montefeltro, espugnata Rencine, giunsero di fronte alla Castellina. Giuliano della Rovere e Federico da Montefeltro avranno considerato con attenzione la posizione dell’abitato, lo spessore e capacità di resistenza delle mura, l’altezza, le difese in terra apprestate dai fiorentini. Gli abitanti, i soldati fiorentini e Giuliano da Sangallo, esausti, avevano appena finito di fortificare febbrilmente, come meglio era loro riuscito, le mura del paese e ora, coperti dai ripari di legno e terra, guardavano con attenzione il movimento di uomini armati nei campi, per gli uliveti e tra le vigne intorno a Castellina. Una volta stretti d’assedio dentro la Castellina Giuliano e i suoi sapevano che non avrebbero potuto far molto affidamento sull’arrivo di rinforzi da Firenze o dal Poggio Imperiale, occorreva che la situazione si sbloccasse da qualche altra parte; magari una vittoria improvvisa delle armi fiorentine in Valdichiana, oppure che un qualche altro castello come il loro opponesse una resistenza imprevista alle truppe del re di Napoli.
Nel campo di fronte a Castellina Francesco di Giorgio Martini iniziò a dirigere i lavori di assedio, così come analogamente aveva fatto Giuliano da Sangallo dentro la terra nelle settimane e giorni precedenti; Francesco di Giorgio aveva a sua disposizione quattro grosse bombarde che fece puntare contro Castellina mente intorno al campo cavalieri e fanti si davano da fare per bloccare le strade, ancora insicure.
Il 27 di luglio 1478 truppe fiorentine si lanciarono in una scorreria verso Siena, facendo razzia di cavalli e incendiando mulini e casali; era solo un’incursione che non valse certo ad alleggerire la situazione degli assediati dentro Castellina. Il grosso dell’esercito fiorentino restava immobile sul Poggio Imperiale, ma i napoletano-pontifici continuavano il loro aggiramento di Castellina. Il primo agosto 1478 squadre del nemico si scontrarono a Lamole contro truppe fiorentine che ebbero la peggio, i napoletano-pontifici presero un centinaio di prigionieri e la situazione non fece che peggiorare le condizioni della gente rinchiusa dentro Castellina assediata; Lamole sta sul poggio tra Panzano e Greve, a controllo della via che porta da Castellina a Firenze e dunque alle spalle degli assediati che si vedevano stringere dal nemico in un cerchio a largo raggio.
Intanto Francesco di Giorgio Martini aveva iniziato il bombardamento e, a lenta cadenza, i quattro pezzi tiravano una ventina di colpi al giorno; ogni bombarda sparava circa ogni due ore, tanto era il tempo necessario ogni volta alle operazioni di caricamento e puntamento. Fu qui forse che i due architetti, Giuliano da Sangallo e Francesco di Giorgio, si confrontarono con tutto il loro sapere in materia di artiglieria; è probabile che l’uno ignorasse la presenza dell’altro nel campo avversario, ma è bello immaginare, in questa libera narrazione, le astuzie che Giuliano oppose a Francesco, come le insidie che Francesco tese a Giuliano. Il maestro senese si sarà ingegnato di avvicinarsi alle mura con camminamenti e fosse per riuscire a colpire con la scarsa gittata dei propri pezzi le mura di Castellina. Dentro la rocca il Sangallo avrà tentato di colpire con i suoi pezzi a lunga gittata i ripari e le bombarde nemiche e forse proprio in questo frangente saranno state usate le palle medicate ricordate nel Cortegiano, probabilmente proiettili esplodenti o incendiari.
Dopo ventiquattro giorni di assedio e bombardamento, le mura dovevano essere lesionate in più punti, molti tetti dovevano essere crollati e parte delle strutture in legno ormai bruciate. Oltre ai morti e ai feriti, i superstiti di Castellina lamentavano anche la carenza di cibo e, non sperando più di ricevere soccorso dall’esercito fiorentino, cominciarono a pensare seriamente alla resa. Nel campo di Federico da Montefeltro, preparate le fanterie per l’assalto a scudo e spada, i capitani mandarono come usava un trombetto sotto le mura di Castellina per offrire la resa. Gli assediati formarono una delegazione per parlamentare e, dopo le necessarie trattative, i responsabili della piazza decisero di arrendersi a patti. La resa a patti significava che l’esercito nemico si sarebbe attenuto agli accordi stipulati nella fase di trattativa, accordi che concedevano ai soldati assediati di poter lasciare illesi e con le armi il campo e impedivano alle truppe assedianti di lanciarsi al saccheggio della terra.
Si era ormai oltre la metà di agosto, passata la festa dell’Assunta, quando le truppe fiorentine e lo stesso Giuliano da Sangallo abbandonarono con onore la piazza che avevano difeso per quasi un mese, ma, appena lasciata Castellina per la via di Firenze, Federico da Montefeltro e gli altri capitani lasciarono liberi i propri soldati che, non aspettando altro da un mese, entrarono dentro Castellina e cominciarono il saccheggio. Questo era contrario ai patti sottoscritti al momento della resa, ma Federico da Montefeltro già aveva a suo carico almeno un precedente di saccheggio indiscriminato nonostante i patti firmati: quello efferato di Volterra del 1472. Descrivere il sacco di una terra è sempre triste cosa, anche se il saccheggio era la ricompensa abituale che i comandanti concedevano ai soldati dopo una battaglia dura e lunga; le bande di soldati si sparsero per le vie di Castellina, sfondando gli usci e dilagando nelle case, frugando ovunque alla ricerca del poco cibo rimasto o degli oggetti di valore nascosti. Senz’altro avvennero episodi di violenza: chi osava resistere alla brama dei soldati veniva ucciso sul posto, le donne violentate e nemmeno i luoghi sacri erano rispettati. La desolazione fu grande, ventiquattro giorni di resistenza non erano serviti a fermare l’esercito invasore e ora restava un paese distrutto da ricostruire, con gli abitanti spossati e pieni di paura per la fame che certo sarebbe stata grande dopo le devastazioni subite dai campi, dalle vigne tagliate, dagli alberi da frutto abbattuti, da ogni riserva alimentare consumata o rubata dai soldati.
Dopo aver concesso alle fanterie di saccheggiare Castellina, i capitani dell’esercito fecero suonare tamburi e trombe per richiamare la truppa e inquadrarla di nuovo sotto le bandiere; i capitani delle fanterie, spartito il bottino fra le bande e compagnie, radunarono i soldati che si misero in marcia verso Radda e Panzano dove già il giorno 19 agosto venne piantato il campo per l’assedio. Il suono dei tamburi e pifferi svanì lentamente dietro le colline e Castellina fu lasciata così, spoglia e fumante, agli abitanti scampati al saccheggio che, radunati nella chiesa intorno al loro parroco, piansero i propri morti e pregarono a lungo, ancora sbigottiti dall’esser rimasti in vita dopo quella furia.