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La Battaglia di Scannagallo – I parte – M. Giuliani

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]LA BATTAGLIA DI SCANNAGALLO[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]AUTORE: M. Giuliani[/font][/color][/size][/b][/i]


Libertà vo'cercando ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta. [Purgatorio, I, 71] La battaglia di Scannagallo o di Marciano, e anche della Chiana, come venne variamente denominata dai luoghi intorno ai quali si svolse, fu l'episodio culmine di una movimentata campagna militare, manovrata e combattuta, nella quale il grande capitano fiorentino Piero Strozzi cercò disperatamente di rompere il blocco dell'esercito mediceo-imperiale che assediava Siena.

Per leggere con un minimo di chiarezza lo scontro campale nel quale la Repubblica di Siena e gli oppositori di Cosimo dei Medici si giocarono le sorti stesse della guerra, occorre dunque cercare di analizzare la campagna condotta dallo Strozzi nei mesi precedenti attraverso mezza Toscana. La nostra rassegna, dato lo spazio concesso in questa sede, sarà perciò breve e compendiata al massimo, al fine di delineare con sufficiente chiarezza i principali antefatti che portarono, in quel nefasto 2 di agosto del 1554, l’esercito franco-senese comandato da Piero Strozzi ad accettare battaglia con l’esercito fiorentino-imperiale guidato da Gian Giacomo dei Medici, marchese di Marignano (foto a sinistra Cosimo I de Medici).

La campagna per la conquista di Siena condotta dal Marignano nel gennaio-marzo 1554

Nel gennaio del 1554 Piero Strozzi aveva assunto il comando della difesa di Siena mentre, sul fronte opposto, Gian Giacomo dei Medici, marchese di Marignano, si stava portando da Firenze a Poggibonsi per guidare la campagna intrapresa dal duca di Firenze per assoggettare definitivamente la città e lo stato di Siena. Per cercare di aver ragione in breve tempo della repubblica di Siena, il Marignano aveva concepito un piano di attacco abbastanza complesso ma in teoria efficace: si trattava cioè di attaccare il territorio dello stato senese da tre direzioni per isolare Siena e, a questo proposito, l’esercito mediceo-imperiale era stato diviso in tre corpi.
Il primo corpo dell’esercito, assegnato al conte Federico Barbolani di Montauto, era costituito da circa 800 buoni soldati di fanteria stanziati a Pisa; costoro dovevano imbarcarsi a Livorno, navigare fino all’Elba scortati da una squadra di galere, fare a scalo a Portoferraio dove si sarebbero uniti alla locale guarnigione che avrebbe provveduto a imbarcare materiale da assedio e artiglieria. Il conte di Montauto avrebbe quindi preso terra con questa gente alla foce dell’Ombrone per agire contro Grosseto e Castiglione della Pescaia. In parallelo con questa azione di sbarco, un secondo contingente formato dalle Bande raccolte nel territorio di Campiglia avrebbe dovuto marciare dalla costa verso le colline e conquistare Massa Marittima.
Il secondo corpo dell’esercito venne affidato al comando di Rodolfo Baglioni, come il primo era composta da un’aliquota di 600 fanti assoldati, acquartierati a Montepulciano, integrati da 2.400 uomini levati sul territorio e inquadrati nelle Bande ducali. Questa forza avrebbe marciato dalla Valdichiana cercando di conquistare prima Chiusi e poi, inoltrandosi verso il territorio senese, prendere Pienza e Montalcino. L’azione del corpo comandato da Rodolfo Baglioni si sarebbe conclusa congiungendosi alle restanti forze del terzo corpo. A Poggibonsi si concentrava infatti il grosso dell’esercito, destinato a investire frontalmente Siena: 4.500 soldati di fanteria, seguiti da almeno 20 cannoni e 1.200 fanti armati di vanghe e zappe, addetti alle opere di trinceramento e approccio alle mura di Siena; come per i primi due corpi anche quest’ultimo doveva essere accompagnato dalle Bande, levate stavolta dalla Valdelsa e dal Volterrano, con il compito di dare il guasto alle campagne della repubblica di Siena per fiaccare la resistenza della città assediata. L’integrazione dei pochi soldati professionisti con un gran numero di contadini inquadrati nelle Bande, faceva sì che la maggioranza dell’esercito mediceo-imperiale fosse composta di soldati improvvisati, contadini armati alla meglio e inquadrati nelle Bande da pochi soldati esperti e notabili di provata fede medicea. Commissario generale dell’esercito fu nominato Girolamo degli Albizi e a questa figura di ufficiale, importantissima, spettava il compito di garantire l’approvvigionamento di tutto l’esercito; non era impresa da poco rifornire di vettovaglie così tanta gente ma, come vedremo meglio, durante la campagna estiva che culminò nella battaglia di Scannagallo, il compito nel campo mediceo-imperiale fu assolto egregiamente, a differenza di quanto accadde nel campo di Piero Strozzi, le cui truppe ebbero a patire la scarsità di rifornimenti alimentari.
Iniziata la marcia da Poggibonsi, in breve l’esercito mediceo-imperiale fu davanti a Porta Camollia che, la notte del 26 gennaio, sotto gli scrosci d’acqua di un violento temporale, fu assaltata dalle fanterie medicee al lume incerto dei fanali, portati dai soldati su lunghe pertiche. La mischia fu violenta ma i medicei riuscirono solo a conquistare il bastione di Santa Petronilla; gli uomini del Marignano tentarono quindi di entrare in città ma la resistenza senese, pur disorganizzata, riuscì a fermare con una sortita di 300 archibugieri a Porta Camollìa le truppe medicee. Fallito sostanzialmente il primo assalto il Marignano dette ordine di iniziare le operazioni di assedio contro Siena; cominciò così il blocco della città, parziale in quanto il Marignano disponeva di un esercito scarso, insufficiente a circondare completamente Siena.
Gli altri due corpi nei quali era stato diviso l’esercito non ottennero risultati di rilievo: Rodolfo Baglioni dalla Val di Chiana aveva tentato di conquistare invano Pienza e si era ricongiunto al grosso dell’esercito nel campo di Santa Petronilla, molestato da una sortita di archibugieri senesi. Federico di Montauto, sbarcato sulla costa in condizioni critiche a causa di una tempesta, fallì l’espugnazione di Grosseto mentre navi francesi battevano il canale di Piombino conducendo una efficace guerra corsara; il Montauto cercò pertanto di ricongiungersi presto a Siena con il grosso dell’esercito guidato dal Marignano mentre bande fiorentine agli ordini del colonnello Lucantonio Coppi, detto Cuppano, antico soldato delle Bande Nere, continuavano a molestare le maremme impegnando i franco-senesi intorno all’importante piazzaforte di Piombino. Nel frattempo Cosimo I, in attesa dell’arrivo dei rinforzi imperiali, si adoperava per ingrossare le fila del suo esercito, assoldando Ascanio della Cornia con 6.000 fanti e 300 cavalli.
Tra febbraio e marzo di quell’anno 1554 i comandanti dei due eserciti contrapposti ordinarono ai loro capitani di condurre azioni di guerriglia, condotte peraltro con ferocia dalle genti del Marignano. Sul fronte della Valdichiana, già nel marzo, Rodolfo Baglioni e Ascanio della Cornia, partiti da Montepulciano con 3.000 fanti e 400 lance, occupata Torrita, si erano accampati al ponte a Valiano. Da qui si erano lanciati in scorrerie per le campagne, toccando Lucignano che però era fortificata e presidiata da fanterie senesi. La sola resistenza di un borgo fortificato vanificava il piano programmata dal Marignano che avrebbe avuto bisogno, per essere attuato, di reparti molto più addestrati e meglio collegati di quelli che si trovava a comandare. Il 23 marzo del 1554, le truppe medicee operanti in Valdichiana tentarono di entrare in Chiusi dopo aver trattato con Santuccio da Pistoia, capitano della piazza; l’accordo prevedeva che Ascanio della Cornia e Rodolfo Baglioni sarebbero entrati in città con soli 600 fanti e pochi cavalli attraverso una porta aperta. Il sagace Santuccio da Pistoia circondò però i medicei mentre, fiduciosi, erano in fase di avvicinamento, l’imboscata ebbe pieno successo e nella mischia i senesi riuscirono ad uccidere Rodolfo Baglioni e almeno 400 soldati, Ascanio della Cornia fu ferito e catturato insieme al resto dei soldati medicei. L’insuccesso per i medicei fu bruciante: un intero corpo dei tre in cui era diviso l’esercito era stato quasi annientato dal nemico, tuttavia Ascanio della Cornia venne presto sostituito sul teatro di operazioni in Valdichiana da Vincenzo de’ Nobili che seguitò la guerriglia ai danni delle comunicazioni e vie di rifornimento senesi.
Intorno a Siena, con l’arrivo della primavera, le truppe del Marignano riuscirono a conquistare alcune località nei dintorni immediati della città, aggravando il blocco pur senza riuscire a presidiare completamente tutte le porte di Siena; le forze a disposizione del Marignano erano sempre scarse finché, il 22 maggio, arrivò in Toscana Niccolò Mandruzzo, colonnello delle truppe imperiali, alla testa di 3.500 fanti tedeschi stanziati in Lombardia.
La situazione degli assediati cominciava a farsi critica, tuttavia anche i senesi stavano aspettando l’arrivo di truppe di rinforzo, che si stavano acquartierando oltre l’Appennino alla Mirandola; imbarcati su una flotta proveniente da Marsiglia erano attesi contingenti di Tedeschi e Guasconi dislocati in Piemonte; dalla Mirandola invece dovevano arrivare marciando fino a Siena contingenti di soldati dei Grigioni e Italiani. Piero Strozzi aspettava anche i rinforzi formati dai volontari fiorentini capitanati da Giovan Battista Altoviti, esuli e avversari di Cosimo dei Medici che vedevano nell’indomita resistenza di Siena l’ultima occasione, dopo una ventina d’anni, per battersi in armi contro la casa dei Medici.

La prima sortita da Siena di Piero Strozzi

L’11 di giugno del 1554 Piero Strozzi lasciava Siena con una forza di 30 insegne di fanti di cui 6 senesi: circa 6000 uomini divisi in 200 uomini per bandiera e 7 guidoni di cavalleria, in totale circa 500 cavalli. Le truppe erano seguite da 400 contadini armati di picconi e zappe e numerose salmerie, circa 100 bestie da soma cariche di polvere, funi, scale, legname per costruire ponti, trombe da fuoco e relative munizioni. Nella città alleata restava un debole presidio francese che però il giorno seguente all’uscita di Piero Strozzi veniva integrato dall’atteso arrivo dei volontari fiorentini dell’Altoviti, circa cinque compagnie di fanteria e due di cavalleria. Questi reparti erano distinti dalle celebri insegne verdi, decorate con varie scritte; quelle donate da re Enrico II di Francia portavano cucita una H d’oro; altre la sigla “SPQF” (Senatus Popolusque Florentinus), la scritta “LIBERTAS” con lo scudo d’argento alla croce di rosso dell’antico Popolo fiorentino, oppure il motto dantesco “Libertà vo cercando ch’è sì cara”.
La sortita dello Strozzi era destinata ad alleggerire la pressione dell’assedio in quanto difficilmente le truppe Fiorentino-Spagnole impegnate nel blocco della città sarebbero rimaste immobili mentre la spedizione dirigeva a marce forzate da Siena a Volterra in direzione di Pisa. Dopo due soli giorni le avanguardie della cavalleria franco-senese erano a Pontedera, costringendo il Marignano a lasciare l’assedio per cercare di intercettare, marciando per linee interne, l’esercito senese. Dal 15 al 19 giugno il Marignano e Vincenzo de’ Nobili mossero via San Casciano fino ad Empoli ma già il 17 Piero Strozzi, entrato nel territorio della repubblica di Lucca, si era ricongiunto sul Serchio a Ponte a Moriano con i 3.500 fanti, 700 cavalli e 4 cannoni condotti dal capitano francese Forquevaulx che li aveva condotti dalla Mirandola attraverso i valichi dell’Appennino fino in Toscana. Riunite le forze, Piero Strozzi si buttò decisamente verso la Valdinievole, costringendo il Marignano, le cui avanguardie avevano incontrato il nemico a Pescia, a battere in ritirata verso Pistoia. Nei giorni del 20 e 21 giugno lo Strozzi conquistò Montecarlo e Montecatini ma il successo della brillante manovra di congiungimento con i rinforzi francesi era riuscito solo a metà: le ulteriori forze francesi attese nel porto di Viareggio non si decidevano ad arrivare e Piero Strozzi non si arrischiò a battersi con il Marignano che pure seguiva i suoi spostamenti per mezza Toscana, contromanovrando e tallonando i franco-senesi. Il 24 giugno l’esercito mediceo-imperiale era a Fucecchio sull’Arno con una forza di 2.000 spagnoli, 3.000 tedeschi, 6.000 italiani e 600 cavalli mentre Piero Strozzi faceva passare l’Arno con ponti volanti ai suoi franco-senesi per marciare verso Pontedera; nello stesso giorno, a Bocca d’Arno, sbarcavano 800 soldati spagnoli e un certo numero di reclute corse provenienti dalla Corsica al comando di don Lorenzo Juarez de Figueroa. La situazione dei franco-senesi stava precipitando: complessivamente Piero Strozzi disponeva di circa 9.500 fanti e forse 1.200 cavalli con i quali avrebbe potuto affrontare una battaglia campale in condizioni però di inferiorità numerica e, inoltre, i suoi uomini dovevano essere terribilmente affaticati dopo dodici giorni di marce e contromarce ininterrotte che li avevano portati da Siena fino a Ponte a Moriano ben oltre Lucca, da qui a Pescia e Montecatini e infine a Pontedera. La ritirata verso Siena diventò una mossa obbligata, passato l’Arno i due eserciti si trovarono schierati a vista nei pressi di San Vivaldo, tra Castelfiorentino e Volterra ma Piero Strozzi riuscì a condurre i suoi uomini fino a Siena a marce forzate.
Nella città assediata la situazione era drammatica: il presidio lasciatovi a guardia non era riuscito a rifornire la città di scorte alimentari, quelle poche accumulate stavano finendo inesorabilmente, inoltre la siccità non dava tregua e quel poco che poteva esser stato seminato negli orti cresceva a stento. Il rientro di Piero Strozzi con i soldati stanchi e affamati avrà contribuito a peggiorare ulteriormente la situazione alimentare e deprimere gli animi, per cui agli assediati non restava da seguire altra strategia che quella delle sortite, già intrapresa peraltro con successo.
La flotta francese cercava nel frattempo di alleggerire la pressione dei Fiorentino-Spagnoli su Siena operando per l’assedio di Pombino, nelle maremme la guerra imperversava tra Suvereto, Scarlino e Buriano, condotta con efficacia per i fiorentino-spagnoli dal capitano Cuppano, governatore indomito di Piombino. In questa dura guerra maremmana, parallela a quella condotta sul fronte collinare di Siena, trovò la morte nel giugno Leone Strozzi, fratello di Piero, ucciso da un colpo di archibugio sotto Scarlino. Siena assediata aveva assoluta necessità di mantenere i contatti con l’esterno grazie al controllo dei porti maremmani, unica via attraverso la quale potevano affluire i rinforzi francesi; il 27 dello stesso mese Forquevaulx partiva da Casole con 65 insegne diretto verso la maremma piombinese dove una flotta francese avrebbe dovuto prendere terra con rinforzo di truppa; la spedizione aveva l’intento di conquistare Piombino e anche Piero Strozzi vi partecipò ma senza conseguire il risultato più importante, cioè la presa di Piombino. Finalmente l’8 di luglio una flotta francese sbarcava a Scarlino il comandante Blaise de Montluc, con 10 compagnie di Francesi e una di Tedeschi comandata da Georg Reckenrot. Con le truppe congiunte del Montluc e Forquevaulx, Piero Strozzi, vista l’impossibilità di conquistare Piombino, muoveva così da Scarlino rientrando verso Siena.

La seconda sortita da Siena di Piero Strozzi

Il 17 luglio 1554 Piero Strozzi decideva di lasciare Siena per tentare una manovra di alleggerimento verso la Val di Chiana, al fine di impegnare ancora una volta il nemico con la sua collaudata strategia di movimento. La difesa di Siena era seriamente compromessa a causa della critica situazione alimentare e solo una vittoria decisiva in campo aperto avrebbe potuto consentire la rottura del blocco. Piero Strozzi ripeteva su maggiore scala la strategia seguita 24 anni prima da Francesco Ferrucci quando questi, alla testa di pochi uomini, era riuscito a conquistare Volterra stornando le forze imperiali dall’assedio di Firenze. Anche stavolta comunque le forze imperiali avevano, oltre il favore del numero, l’innegabile vantaggio di poter manovrare per linee interne
Alla difesa di Siena restava Blaise de Montluc con 2.000 fanti e 100 cavalli. L’uscita da Siena dell’esercito franco-senese fu come una grande parata fuori dalla porta a Ovile: Piero Strozzi conduceva con se, bandiere al vento, un migliaio di cavalli e qualcosa come 14.000 uomini, seguiti da 5 cannoni, 10 carri di palle e 10 carri di polvere, 7 some di scale, molti altri muli carichi di zappe e pale e 4 compagnie di guastatori. Era una forza militare considerevole che lo Strozzi intendeva portare rapidamente verso la Val di Chiana con l’intento principale di fare bottino e rifornimento di granaglie per sfamare la città assediata. La marcia delle truppe seguì la strada che da Siena porta verso Asciano, parte delle truppe procedette invece per la via di Rapolano, in direzione della Chiana fiorentina.
Durante la marcia l’esercito franco-senese attraversò tutta una serie di borghi e luoghi forti scarsamente presidiati dai medicei: Poggio Santa Cecilia, le Serre di Rapolano e Pozzuolo furono conquistati senza fatica. La resistenza opposta dalle sparute guarnigioni fu quasi nulla e anche il soccorso di un centinaio di archibugieri medicei, spediti in soccorso da Arezzo sulla via di Monte San Savino furono fermati a Ciggiano dai Francesi. In breve l’esercito franco-senese fu sotto Lucignano e il giovedì 19 luglio Piero Strozzi muoveva da Lucignano verso Alberoro e Tegoleto, in direzione di Arezzo, sempre devastando la campagna, mentre alcuni dei suoi reparti avanzati ingaggiavano combattimento contro Marciano e occupavano Monte San Savino. La sortita stava avendo successo: un forte esercito stava avanzando depredando le campagne in pieno dominio mediceo, suscitando lo sdegno e la rabbia di Cosimo dei Medici che da Firenze tempestava di corrieri il Marignano, sollecitandolo a muoversi e ad agire contro una scorreria che pareva crescere ogni giorno più minacciosa.
Il venerdì 20 di luglio Piero Strozzi era davanti alle porte di Arezzo con un’avanguardia di 400 cavalli e 200 archibugieri; verso le undici del mattino i senesi attaccavano il ponte Murato sulla Chiana, peraltro quasi asciutta a causa della siccità che imperversava quell’estate. Il ponte era presidiato da 25 archibugieri che si difesero gagliardamente per un paio d’ore fino all’esaurimento delle munizioni. Arezzo era difesa da una vecchia conoscenza di Piero Strozzi: Girolamo Accorsi detto il Bombaglino, un capitano aretino che nel 1537, dopo la battaglia di Montemurlo, aveva preso prigioniero il vecchio Filippo Strozzi, padre di Piero; alla difesa di Arezzo con il Bombaglino era il capitano Ventura da Castello e una piccola guarnigione di 200 fanti e pochi altri uomini a cavallo. Verso l’una del pomeriggio soldati francesi apparvero davanti a porta Santo Spirito, parte venivano da Maccagnolo altri scendevano giù dalla collina del Duomo Vecchio. Fuori della porta si accese un breve combattimento tra i francesi e i difensori nel quale cadde ferito Clemente della Cervara, ma dalla strada di Cortona stava arrivando una colonna di rinforzo condotta da Camillo Colonna, circa 3.000 soldati reclutati di fresco nella zona di Roma, soldati poco efficienti che avevano alla loro testa un uomo talmente sofferente di gotta da dover essere trasportato in portantina; nonostante l’aiuto arrivato ai difensori di Arezzo apparisse così vago pure il numero degli uomini fu sufficiente a rianimare i difensori. Al tramonto i Francesi si ritiravano per accamparsi a Tegoleto, poco oltre Pieve al Toppo.
Il giorno seguente, sabato 21 luglio 1554, Piero Strozzi lanciò scorrerie verso Laterina e Castel Fiorentino e, allo stesso tempo, ordinava ai suoi di assaltare Marciano della Chiana, difesa da Lattanzio Pichi dal Borgo con 30 soldati medicei e, naturalmente, dagli abitanti. Nonostante il presidio tentasse qualche resistenza il paese fu conquistato dei senesi e saccheggiato. Piero Strozzi, per assicurarsi un punto forte, lasciò nel castello di Marciano una guarnigione di 12 compagnie di Senesi e fuorusciti fiorentini al comando dei capitani Niccolò Forteguerri, Marcello Palmieri e Mario Sforza. Un piccolo distaccamento salì ad occupare il castello di Oliveto che sorge nel luogo dove si erano accampati i franco-senesi, le piane giacenti fra Tegoleto, Alberoro e Battifolle, nella vasta piana antistante Arezzo.
L’intento dello Strozzi era di consolidare la presa sul territorio conquistato e di approfittare della situazione per cercare di fare quanto più bottino fosse possibile, battendo le campagne in cerca di viveri; a questo scopo il 22 luglio, domenica, Piero Strozzi concesse a 25 uomini per compagnia di saccheggiare i dintorni. Circa 3.000 uomini si lanciarono in scorrerie nei dintorni: un forte contingente di soldati svizzeri dei Grigioni fu mandato a Lucignano per requisire il grano che vi avessero potuto trovare.
Se la sortita da Siena e la conseguente marcia fino alle porte di Arezzo di Piero Strozzi non aveva incontrato grossa resistenza si doveva agli indugi nel campo fiorentino-spagnolo; ma all’alba di domenica 22 luglio le truppe comandate dal Marignano cominciarono a lasciare i campi trincerati intorno a Siena per muoversi lentamente verso ponte a Bozzone e arrivare il lunedì successivo, 23 luglio, a San Gusmè, località posta tra Castelnuovo Berardenga e Brolio. A San Gusmè il Marignano si congiunse con Juan Manrique che portava al grosso dell’esercito 2.000 fanti e 200 cavalieri, oltre a Marcantonio Colonna a capo di 50 uomini d’arme. L’esercito del Marignano contava ora circa 15.000 fanti, 1.000 cavalleggeri e 300 uomini d’arme; una massa d’urto notevole che avrebbe permesso di affrontare in battaglia lo Strozzi con buone probabilità di successo.
Rispetto alla velocità impressa dallo Strozzi ai suoi la marcia dei fiorentino-spagnoli era lenta, probabilmente circospetta in quanto si trattava di avanzare verso zone occupate dal nemico dove, soprattutto, erano da temere le iniziative improvvise del comandante nemico; Piero Strozzi tuttavia aveva il suo da fare nel mantenere la calma tra i propri uomini se nello stesso giorno di lunedì, nel campo franco-senese, scoppiò una rissa furibonda tra soldati di fanteria e cavalleria italiana contro alcuni fanti stranieri, rissa che causò la morte di svariati soldati. Nonostante questi accidenti disciplinari al campo lo Strozzi proseguiva imperterrito nella sua opera di rafforzamento delle posizioni, dette infatti ordine di muovere contro Civitella a 2 cannoni, reparti di fanteria franco-senese e 200 cavalli comandati dai due fratelli Mario Sforza di Santa Fiora e Carlo Sforza. Il martedì 24 lo Strozzi intimava anche la resa a Castiglion Fiorentino, vari erano infatti i luoghi forti dell’Aretino ancora tenuti dai fiorentino-imperiali: Anghiari difesa dal conte di Montedoglio, San Sepolcro da Brizio della Pieve, Civitella da Paolo da Castello.
Le avanguardie del Marignano, provenienti da San Gusmè erano però già in vista di Civitella, 50 archibugieri stavano avanzando a dar man forte a Paolo da Castello e le truppe franco-senesi dei due fratelli Sforza si ritrovarono, nei pressi di Badia al Pino, a circondare un reparto di cavalleria leggera fiorentino-spagnola; qui ebbe luogo una scaramuccia dove i due Sforza rimasero prigionieri dei cavalleggeri medicei. Civitella era salva e nella notte tra il 24 e il 25 luglio il grosso delle forze del Marignano sostava nei pressi dell’antico castello del vescovo di Arezzo.
La situazione tattica di Piero Strozzi cominciava a complicarsi, si stava ripetendo quanto era successo solo un mese prima nel Valdarno pisano: il Marignano tallonava Piero Strozzi con un forte esercito e al comandante dei franco-senesi non restava altro che tentare di disimpegnare le proprie forze cercando di evitare la battaglia campale che avrebbe potuto avere esito disastroso. Il 25 luglio, mercoledì, Piero Strozzi spostava il suo quartier generale ad Alberoro e ordinava al suo esercito sparso tra il Ponte sulla Chiana, Tegoleto e dintorni di avanzare tra Monte San Savino e Lucignano, lasciando 13 compagnie di presidio a Marciano.
Il Marignano vedeva che Piero Strozzi stava muovendosi lungo la Chiana verso sud, tenendosi però saldamente attestato sulle colline a occidente della vallata; il comandante milanese decise quindi di accamparsi ad Oliveto, poco oltre Civitella, in attesa degli sviluppi della situazione. Allo Strozzi, per consolidare la propria posizione verso sud, restava da conquistare Foiano della Chiana, presidiata validamente dal trentaduenne Carlotto Orsini; il giovedì 26 luglio Aurelio Fregoso era già intorno a Foiano con 13 insegne di fanteria italiana e 200 cavalli e il giorno seguente anche Piero Strozzi si recava personalmente sotto le mura di Foiano con due cannoni “rinforzati”, due sagri e un altro cannone catturato nei combattimenti davanti Arezzo. Il 27 luglio, verso le 10 del mattino, iniziava il bombardamento di Foiano: i pezzi messi in batteria spararono circa 150 colpi fino alle 11 di notte, dopo una decina d’ore di bombardamento le palle avevano aperto nelle mura di Foiano una breccia lunga 50 braccia, circa 25 metri, nella cortina muraria che guarda verso Lucignano. La mattina dopo le fanterie francesi e italiane guidate dallo stesso Strozzi si lanciavano all’assalto di Foiano passando per la breccia aperta dalle artiglierie, in breve tempo Foiano si riempì di soldati che mossero contro la rocca e la torre della chiesa dove si era asserragliato Carlotto Orsini insieme a una cinquantina di archibugieri per l’ultima difesa. Le fanterie franco-senesi si erano già date al saccheggio della terra, facendo scempio della popolazione, alla fine cadde anche Carlotto Orsini trucidato da fanti Tedeschi ma la resistenza di Foiano fu strenua poiché i superstiti riuscirono a dar fuoco alle polveri conservate nella polveriera che saltò in aria, causando la morte di Scipione Ballati e di 50 soldati Francesi. La conquista di Foiano assicurò ai franco-senesi la preda di 10.000 sacche di grano nuovo, frutto dell’ultimo raccolto, che vennero subito spedite con scorta francese e immagazzinate a Lucignano come luogo più sicuro e vicino alla strada di Siena.
Alla vista del fumo e delle fiamme che si levavano da Foiano conquistata, il Marignano si decise finalmente a lasciare il campo di Oliveto per avvicinare l’esercito alle truppe nemiche che stavano imperversando ai danni della Val di Chiana; Marciano era però sempre presidiata dalle compagnie di fanteria senese lasciatevi pochi giorni prima. Il giorno seguente, domenica 29 luglio 1554, Piero Strozzi ordinò dapprima al conte Collatino di Collato di recarsi a Marciano come avanguardia per rinvigorire la resistenza della piazza, quindi, verso le 9 del mattino, il grosso dell’esercito franco-senese cominciò a giungere a Marciano. L’ordine di marcia dei franco-senesi era stato ordinato in tre grosse formazioni: nella prima era compreso il grosso della cavalleria comandata dal conte della Mirandola, insieme a soldati senesi e 2.000 archibugieri francesi con i capitani Fourquevaulx e Lansac; nella seconda formazione avanzavano fanti senesi e i soldati tedeschi di Reckenrot; nella terza ancora senesi e i Grigioni del Valleron.
Sotto Marciano le avanguardie dei due eserciti cominciarono a ingaggiarsi in sparatorie e combattimenti: il Marignano nell’intento di conquistare la piazza, Piero Strozzi fermo nel proposito di difenderla; un attacco delle truppe Francesi fu respinto dai fiorentino-spagnoli con la perdita di circa 500 uomini. Il combattimento di Marciano durò fino al tramonto per cessare con la prima oscurità, nel frattempo i due eserciti, ormai a contatto, cercarono di accamparsi sulle colline: Piero Strozzi fece sistemare i suoi sulle cime delle colline che da Marciano digradano verso la Chiana mentre il marchese di Marignano sistemò le sue truppe sulle colline di fronte, poste a nord del paese, a un tiro di schioppo dal nemico.