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I nomi degli Eroi di Campaldino – I parte – M. Giuliani

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]I NOMI DEGLI EROI DI CAMPALDINO[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: M. Giuliani[/font][/color][/size][/b][/i]


"Al tempo de' Guelfi e Ghibellini, repubblica a quel tempo costumava, Firenze combattea con gli Aretini e 'un c'era luogo ov'un ci fosse guerra..." [Canto popolare toscano] Sulla battaglia di Campaldino è stato detto tutto, il ricordo dei superstiti e le cronache dei contemporanei, accresciute poi dalla leggenda, hanno formato una tradizione cronachistica, erudita e letteraria, che tramanda nel tempo le gesta della battaglia, fissando come in una partita i ruoli dei giocatori: chi furono i protagonisti, cosa dissero quel giorno, cosa successe fra loro, chi fu vile e chi franco.

Gli attori della scena sono identificati nei racconti da frasi o epiteti essenziali che valgono un carattere: Corso Donati, detto il Barone; Vieri de’ Cerchi, “vecchio e malato di sua gamba”; Maghinardo da Susinana, detto il Demonio; il vescovo di Arezzo “che avea corta vista”. Dalla parte degli Aretini vediamo i franchi cavalieri come Guglielmo Pazzo e Bonconte da Montefeltro; il Vescovo Guglielmino, prima infido e miope, poi valoroso guerriero nella morte in battaglia; il conte Guido vile, Bonconte da Montefeltro prode e i ghibellini tutti eroi predestinati alla sconfitta. Dalla parte fiorentina è stata celebrata la bellezza del giovane Amerigo di Narbona, il coraggio di Vieri dei Cerchi e l’irruenza di Corso Donati, ma anche le parole di messer Barone de’ Mangiadori che esorta i suoi a restare fermi, ultime le parole di Amerigo di Narbona quando ricorda al priore generale dei Servi di Santa Maria il prode Guillaume de Durfort caduto al suo fianco, quello che “un quadrello mel tolse”.
I nomi di coloro che parteciparono alla battaglia, con il passare del tempo ed il crescere della leggenda, sono diventati quasi altri nomi e persone: nelle Novelle della Nonna di Emma Perodi Amerigo di Narbona muore incredibilmente in battaglia; nella Commedia di Dante Bonconte da Montefeltro vagherà sanguinante per la piana “forato nella gola”, nella novella storica di Oreste Brizi, L’eroina d’Arezzo, Rinaldo de’ Bostoli diventa una specie di feroce saladino; il vescovo Guglielmino è stato descritto dai Fiorentini vile e dagli Aretini prode e si afferma anche che vi combattè Dante Alighieri, che quel giorno provò “temenza molta e allegrezza tanta”.
A Campaldino vinsero i Fiorentini e fu una battaglia sanguinosa, dove molti dei protagonisti si batterono come leoni e il cui ricordo ancora sopravvive nella memoria dei toscani delle terre tra Firenze e Arezzo. E’ come se la narrazione della battaglia di Campaldino fosse un eco continuo, ripetuto dalle generazioni che si sono succedute, raccontando queste ogni volta la medesima storia e attingendo sempre alla stessa fonte la materia del racconto. Questo è successo perchè la memoria di Campaldino è rimasta viva: Fiorentini, Aretini e Casentinesi hanno raccontato la storia di quel giorno ai propri figli e nipoti seguitando fino ad oggi. Nei racconti vengono citati i detti memorabili che alcuni di quegli antichi cavalieri pronunciarono quel giorno, per riderne, come nel caso del vescovo Guglielmino miope che confonde la barriera degli scudi Fiorentini per le mura di una città; oppure con ammirazione: la frase di Corso Donati che sfida i concittadini a venirlo a cercare a Pistoia per la condanna: da parte fiorentina per la superbia di Corso Donati o l’esempio di Vieri dei Cerchi; da quella aretina per la bellezza di Bonconte da Montefeltro o la viltà di Guido Novello; nelle novelle viene raccontata anche la pietà delle mogli dei cavalieri che cercano ancora le ossa dei propri uomini morti sul campo di battaglia.
Da ragazzo ho sentito raccontare anch’io dei fantasmi dei cavalieri che si aggirano la notte dell’11 giugno nella piana di Campaldino e vive ancora gente pronta a giurare che quella notte a Campaldino volino i sassi. Un rigattiere di Ponte a Poppi, che vendeva fino a pochi anni fa elmetti tedeschi sfondati dell’ultima guerra e vecchi schioppi da caccia, se gli si chiedeva di che epoca fosse una qualsiasi roncola rugginosa buttata da una parte in bottega rispondeva invariabilmente: “Oh te, e’ l’è ‘na spada ritrovata sottoterra a Campaldino”.

La guerra medievale è scorreria, cavalcata veloce attraverso il territorio nemico, incursione e devastazione. Gli uomini toscani della fine del XIII secolo chiamano le varie spedizioni belliche con nomi precisi: “tratta”, “andata”, “cavalcata”, “gualdana”, “oste”. Le formazioni che fanno le “tratte” e vanno nelle “andate” sono agili: alcune “bandiere” di cavalieri scortati almeno da un numero triplo di fanti; le “cavalcate” sono rapide puntate in territorio nemico allo scopo di mostrare la bandiera e fare magari qualche lavoro di devastazione come bruciare casali, tagliare gli olivi, razziare le bestie. Gli uomini che partecipavano a quelle azioni di guerra erano di solito bene armati: tutti “soldati” (cioè gente che riceveva soldi, lire o fiorini d’oro per quella prestazione), gente assoldata e incentivata all’azione dal fatto che poteva riscattare a proprio utile la roba razziata e i prigionieri fatti. E i soldati correvano dei rischi per il soldo preso, chi combatteva per il Comune poteva essere fatto prigioniero, ferito e, nella peggiore delle ipotesi, ucciso. Poteva anche sopravvivere e vincere in onore e guadagno del Comune che infatti, nel caso di danni subiti dal suo soldato “in pro del vittorioso Comune e popolo di Firenze”, prevedeva una forma di risarcimento in denaro per le bestie perse o, per usare una parola dell’epoca, “magagnate”.
Le bande di soldati al servizio del Comune erano formate da uomini che si muovevano a cavallo e a piedi, comandati da cavalieri o comunque gente che aveva qualche precedente esperienza militare; queste bande erano composte di solito da gruppi di 25 uomini. Una formazione di soldati a cavallo tipica della fine del XIII secolo era composta da due venticinquine, raggruppate sotto una bandiera e comandate da un capitano o “conestabile”, spesso accompagnata dai suoni di un suonatore di tamburo e piffero, di tromba oppure “cennamella”, sorta di strumento musicale simile alla zampogna, oggetti tutti che servivano per comunicare gli ordini alle squadre e fare musica per manifestarsi alle orecchie altrui. L’unità di combattenti di cui si parla era chiamata al tempo “masnada” o bandiera ed era l’elemento basico delle grandi formazioni militari. Il numero 25, infatti, è una costante di tutte le forme di aggregazione militare del periodo e i suoi multipli (50, 100, 150, 300, 500, 600 etc.) sono tutte cifre sommanti la forza delle “bandiere” di cavalleria dell’epoca.
Due documenti bolognesi del 1294 e del 1296, citati dal signor Daniel Waley , ci descrivono in maniera particolareggiata consistenza, armamento e forza di questi soldati. Il primo documento riguarda un gruppo di 100 cavalieri divisi in quattro masnade di 25 uomini, ognuna comandata da un conestabile: tutti sono soldati emiliani ingaggiati dal Comune di Bologna, e il documento prescrive in maniera dettagliata, oltre alle armi che ogni soldato doveva avere con se, anche il fatto che ogni cavallo doveva essere marchiato a fuoco con un segno che non fosse quello delle bestie di proprietà del Comune di Bologna.
Il secondo documento riguarda invece una truppa di fanteria di cinquanta balestrieri, condotti anch’essi da un conestabile e assoldati per un periodo di due mesi; essi dovevano marciare dietro la loro bandiera o pennone al suono di trombetta e tamburello e dovevano essere armati ognuno con tanto di balestra, giubba imbottita, elmetto, spada, coltello, collare di ferro e scudo. La fanteria che seguiva queste bande di uomini a cavallo, o “cavalcatori”, era divisa anch’essa in bande di 25 soldati più un “capitano”, distinti però dalla specialità dell’arma che ognuno portava; di solito: balestrieri, palvesari e fanti armati di lancia. Modalità di arruolamento, composizione, organizzazione, sono sostanzialmente identiche sia per la fanteria che per la cavalleria, differiva soltanto il soldo percepito: maggiore per gli uomini a cavallo che dovevano sobbarcarsi un maggiore costo personale, sia per il valore della bestia in sé, sia per l’armamento richiesto.

Compagnie simili a quelle descritte potevano essere assegnate dal Comune a presidio di borghi e castelli oppure essere mandate a mostrare la bandiera alle popolazioni riottose di una zona: riprendere un castello ribellato, punire una sollevazione, distruggere i raccolti nelle campagne che parteggiavano per il nemico. Le spedizioni di queste bande in territorio nemico, tratte e andate, duravano lo spazio di tre o quattro giorni: il tempo necessario a qualche centinaia di cavalieri e fanti per arrivare e tornare da un luogo ai confini del Contado che si allargava oltre le mura della propria Città. Spesso, date le ridotte dimensioni del territorio controllato, erano gite che coprivano una quarantina di chilometri ad andare e altrettanti a tornare, senza la necessità di essere approvvigionati per strada o un avvicendamento da altre truppe fresche: lo “scambio”.
In tempo di pace una città come Firenze aveva sempre a disposizione più gruppi di cavalieri e fanti pronti a uscire dalle mura cittadine per simili azioni militari. In tempo di vera guerra “a morte e distruzione del nemico” il Comune poteva invece mobilitare una discreta massa di abitanti della città, dietro pagamento o per tassa imposta, per formare corpi più robusti di soldati. Era infatti chiamato “Exercitus” lo sforzo generale che la città faceva in caso di guerra.

L’esercito era un evento che possiamo paragonare ad una mobilitazione generale: il Comune bandiva l’esercito e chiamava in città le masnade del contado, esortava gli alleati a mandare gente armata, assoldava mercenari in proprio e, infine, chiamava quei suoi cittadini validi iscritti nei registri delle parrocchie (oggi si direbbe nelle “liste di leva”), a partecipare all’exercitus.
Una città come Firenze alla fine del XIII secolo era popolata da meno di un centinaio di migliaia di persone; fra tutta questa gente, escluse naturalmente le donne, i ragazzi sotto i quindici anni, preti e frati, gli inabili e quei pochi vecchi ultra settantenni, il Comune poteva scegliere fra coloro che erano registrati nei libri tenuti dai rettori delle parrocchie: gente in età tra i quindici e i settanta anni e che era gravata dall’obbligo teorico del servizio militare. Costoro erano registrati nei loro popoli di nascita o di lavoro per “cinquantine”, a loro volta divise in due “venticinquine”, che i commissari addetti alla cerna destinavano all’esercito oppure allo scambio. Naturalmente l’entità della tassa era differenziata a seconda delle possibilità economiche e dunque del censo: il cittadino registrato nelle venticinquine pagava al Comune l’imposta della balestra oppure dell’arco, servendo il comune di persona nelle file dell’esercito quando chiamato, oppure pagando i denari necessari al riscatto che il Comune investiva poi per l’arruolamento dei “soldati”. Salendo di reddito e possedendo uno o più cavalli, il cittadino del Comune poteva essere tenuto a militare a cavallo e dunque rientrare tra coloro che erano sottoposti a “cavallata”.
Le cavallate erano una tassa imposta a gruppi familiari, a più uomini che facevano capo ad un medesimo gruppo di famiglie con interessi in comune: case, torri, affari, sangue, i quali erano tassati dal Comune che da loro pretendeva il contributo di uno o più cavalli da condurre in guerra a rischio del cavalcatore, restando in ogni caso il bene della consorteria, il cavallo appunto, indennizzato per eventuali “magagne” subite. I “cavalcatori”, altrimenti detti nel latino ufficiale dei documenti “equitatores”, portavano la bestia nelle cavalcate o gli eserciti fatti dal Comune, ed erano inoltre tenuti ad essere armati secondo le prescrizioni comuni imposte a tutti coloro cui toccava militare sotto le insegne collettive della città.
I cittadini chiamati a questo servizio, una volta ordinato il numero delle cavallate, dovevano radunarsi in un luogo della città, spesso il Prato d’Ognissanti, dove un notaio registrava i loro nomi sui libri dell’esercito mentre i maniscalchi controllavano le condizioni delle bestie, trascritte anch’esse dal notaio sui libri dove si possono leggere ancora oggi descrizioni curiose dei cavalli di allora: animali di pelo rosso, nero, “unum baium maltintum aliquantulum album in fronte balzanum in pede posteriori”, “cum cauda brinata”, con una stella in fronte e “album in gnaffo” e così via.
Partecipare all’esercito e militare a cavallo era cosa dispendiosa: il cavallo consegnato al Comune doveva valere dalle 30 alle 45 lire e spesso il cavaliere, o comunque il cittadino montato, portava con se anche altre bestie, prevalentemente da soma ma che potevano essere la cavalcatura solita da viaggio e il cavallo da battaglia, chiamato allora destriero. L’equipaggiamento personale del cavaliere poteva essere ingombrante e necessitare di più di una bestia da soma per essere trasportato. Poiché il soldato a cavallo doveva essere “buono, fedele e utile” al suo Comune, doveva portare con se almeno una sella da arcione e la coperta per il cavallo; inoltre la sua persona doveva essere armata con elmo, scudo, lancia e protezioni varie del corpo. Spesso il cavaliere aveva con sé un qualche servo addetto alla sua persona, qualcuno che gli governasse il cavallo, pulisse le armi, preparasse da mangiare e da dormire; in battaglia questi servi lo avrebbero seguito dietro al cavallo e difeso all’occorrenza dai nemici.

E così, se la cavallata era un servizio imposto dal Comune, cui il cittadino grasso malvolentieri si prestava, per l’esosità della spesa da sopportare, il rischio probabile o la “temenza” che, chi aveva qualcosa da perdere, non voleva mostrare una volta schierato a battaglia; resta da vedere chi fossero i cittadini che cavalcassero in gualdane e tratte, o comunque quando il Comune bandiva l'”exercitum” generale.
Le “famiglie” fiorentine della fine del Duecento i cui membri erano sottoposti alla “cavallata”, erano composte da parecchi uomini; Dino Compagni ricorda della casa i Cavalcanti che “circa LX uomini erano da portare arme” e dei sessanta Cavalcanti parte di rilievo ebbe dal punto di vista militare messer Guelfo, capitano di una cavalcata in Maremma nel settembre 1288. Gli Adimari, altro gruppo consortile potente all’epoca, nel 1267 avevano 19 capofamiglia: Talano degli Adimari lo vedremo a Campaldino tra coloro che ebbero un ruolo marginale nella battaglia e “stettono fermi”. I Cerchi, famiglia ricchissima ma originaria dalle “troiate di contado”, schierarono da soli a Campaldino almeno 12 cavalieri, di cui 10 creati proprio quel giorno poco prima della battaglia. I Tosinghi, che insieme ai Visdomini formavano un’ altra potente consorteria, ebbero morti e feriti in quella battaglia e tra questi va ricordato almeno messer Bindo del Baschiera dei Tosinghi, un cavaliere che aveva perso un occhio per un colpo di balestra nel 1261 all’assedio di Fucecchio e, orbo, fu ferito a morte nella piana di Campaldino. Fra tutti i nomi ora elencati spicca tuttavia quel Lapo Velluti ricordato da Nicola Ottokar che si dedicò sopratutto all’attività militare: “fu uomo di comunale statura, ardito e riottoso; fu dei Priori parecchie volte, poco contese a mercatanzia, cavalcava la cavallata, e vivette buono tempo.” Questo per quanto riguarda i cavalieri, o meglio, quei potenti cittadini che avevano l’onore, e l’onere, di militare a cavallo per il Comune.

Diverso il caso dei fanti, della gente chiamata a servire in qualche modo il Comune senza avere ricchezza da onorare, costoro, levati dai “popoli” cittadini e radunati sotto i loro gonfaloni, andavano a infoltire i contingenti dei due o tre sestieri scelti per l’uscita in campagna dell’esercito e in generale dovevano essere armati di lancia, scudo, elmetto e collare di ferro. Gli specialisti: palvesari, balestrieri e armati di lancia lunga, erano invece distribuiti dagli ufficiali sotto le bandiere delle rispettive unità e, a differenza della massa dei fanti generici, percepivano un soldo maggiore.
L’ “exercitus” era dunque cosa complessa: i cittadini, fossero cavalieri o fanti, si raggruppavano secondo le divisioni territoriali della città: sestieri e gonfaloni; a queste “unità”, si aggiungevano inoltre gli specialisti, la gente cioè organizzata secondo un particolare armamento: balestrieri, palvesari, uomini armati di lance lunghe e guastatori in genere, tutti sotto le rispettive bandiere che significavano, nel simbolo innalzato, la propria specialità. All’insieme formato da questi nuclei di combattenti, tutti di estrazione cittadina, venivano ad aggiungersi poi i “soldati” veri e propri, ovvero i cavalieri e i fanti professionisti reclutati dal Comune tra le varie bande di mercenari disponibili sul mercato. Costoro, come abbiamo visto, erano organizzati autonomamente in vere e proprie compagnie pronte a farsi ingaggiare dal migliore offerente. La città o la coalizione di città che aveva deciso di intraprendere una spedizione militare contro il nemico comune, riusciva così a radunare una forza armata notevole, eterogenea nelle sue varie componenti e dove potevano trovarsi fianco a fianco soldati delle più diverse origini: nel periodo di Campaldino vediamo infatti nell’Oste dei Guelfi uomini nati in Catalogna, nella Francia meridionale, nel Lazio, in Romagna, nelle Marche, in Lombardia, in Umbria e altri luoghi più o meno remoti.

Il 13 maggio del 1289 furono consegnate all’esercito fiorentino le insegne di guerra, la cerimonia della consegna di queste bandiere avveniva in forma solenne e chi veniva scelto per portare in campagna la bandiera riceveva un grande onore e il diritto di conservare come sua la bandiera ricevuta. All’avvenimento dovevano essere presenti i maggiori esponenti della città, i nobili cavalieri, i priori, il clero, il podestà, cui toccava nominalmente il compito di guidare l’esercito in campagna. Avvenuta la cerimonia di consegna delle bandiere, queste venivano portate in processione verso il luogo da dove sarebbe partita la spedizione militare vera e propria e, quell’anno, tutte le bandiere furono portate alla Badia di Ripoli e piantate davanti alla chiesa, all’inizio della strada che portava ad Arezzo passando per il Valdarno di sopra. Una scorta di armati restava a guardia delle bandiere per tutto il tempo che sarebbe occorso alla preparazione della spedizione e, durante questo periodo, in città e nel contado, venivano fatti i preparativi necessari all’approntamento della macchina bellica che, tempo un mese, si sarebbe messa effettivamente in moto.
E’ facile immaginare a questo punto il movimento dei messaggeri inviati alle diverse pievi del contado fiorentino per avvertire dei preparativi necessari alla mobilitazione: le pievi poste sulla strada percorsa dall’Oste avrebbero unito i propri reparti di contadini armati all’esercito, quelle nei territori confinanti con il nemico dovevano vigilare e contrastare eventuali infiltrazioni nemiche, magari avvertendo la città con segnali di fuoco nella notte e fumo durante il giorno; alcune delle pievi più lontane dovevano mandare i propri uomini verso i luoghi di raduno e tutte, indistintamente, mandare rifornimenti di grano all’esercito nei luoghi di raccolta prefissati. Ufficiali cittadini, spesso cavalieri oppure membri di famiglie influenti, prendevano il comando dei contingenti del contado e venivano incaricati di provvedere all’efficienza della gente loro affidata. Tutto questo movimento di messaggeri e scambio continuo di segnali non sfuggiva naturalmente al lavorìo delle spie che puntualmente riferivano ai propri ogni informazione in loro possesso.

Dal13 maggio al 2 di giugno furono fatti tutti i preparativi necessari mentre il consiglio dei capitani di guerra, riunito nel Battistero di San Giovanni, decideva l’ordine di marcia dell’oste ma, all’ultimo momento, per suggerimento degli esuli Aretini Rinaldo dei Bostoli, Orlando da Chiusi, Sasso da Murlo e, forse, Goro degli Altucci sempre di Arezzo e Corso Donati fiorentino, i capitani di guerra presero una decisione importantissima, cambiarono infatti idea sulla direzione di marcia dell’esercito, ordinando all’improvviso che le bandiere lasciate davanti alla Badia di Ripoli fossero levate e fatte passare a guado sull’Arno tra Varlungo e Rovezzano. La mattina del 2 giugno le campane di Firenze suonarono a martello e tutto l’esercito fiorentino cominciò a muoversi verso Pontassieve, marciando sulla riva destra dell’Arno.
Nella polvere sollevata dalla marcia lenta dell’ esercito, dietro ai balestrieri e ai palvesari che camminavano accanto alle colonne di muli su cui erano legate balestre e palvesi, dietro i cavalieri impolverati, marciavano, seguendo i carri trainati dai bovi, centinaia di persone che non erano combattenti ma avevano compiti diversi: medici incaricati della cura dei feriti, maniscalchi addetti alla ferratura degli zoccoli e la cura delle bestie, fabbri per forgiare ferri e morsi, sarti per riparare e cucire le coperte dei cavalli, fornai addetti alla panificazione, servi per insaccare e trasportare il pane. Tutta questa gente veniva coordinata da alcune figure di cittadini che avevano l’incarico di sovrintendere ai vari servizi e, nel Libro di Montaperti, si trova più volte ricordato il nome di Bencivenni di Upizzino del popolo di S. Lorenzo, ufficiale “super mulis et bestis” , che sembra quasi il precursore dei moderni marescialli dell’intendenza; sorta di “officiales” addetti alla distribuzione non solo delle armi ai combattenti ma anche responsabili dell’assegnazione dei muli ai vari reparti a seconda del bisogno o delle richieste, spesso insistenti, per trasportare ogni tipo di materiale. Durante il viaggio ogni reparto era obbligato, sotto pena di multe e punizioni severe, a seguire la propria bandiera di appartenenza e di non allontanarsi per nessun motivo dai propri compagni.

I Toscani certamente formavano la maggior parte della truppa e Fiorentini o del contado di Firenze era senz’altro tutta la gente addetta ai “servizi”: conducenti di muli, portatori, vetturali, picconari, palaioli, marraioli, segatori e chi altro servisse in qualche modo a far muovere la “macchina” messa in moto alla proclamazione dell”exercitus”. Occorre infatti immaginare che una massa di circa diecimila uomini in movimento (dove diecimila non è solo un numero simbolico), richiedeva una quantità di servizi notevolissima: dall’approvvigionamento di farina e biade per cibare uomini e pascere cavalli e ciuchi, fino all’organizzazione di veri e propri mercati nei luoghi dove l’esercito si accampava. Al campo naturalmente accorrevano tutti i generi di venditori, usurai, cambiavalute e genti dei dintorni a vendere ogni mercanzia commerciabile. In questi campi, infatti, doveva essere possibile alla gente mobilitata trovare pane di che sfamarsi, poter comprare del companatico, vino da bere e donne per sfogarsi nei bordelli del campo.

Il campo dell’esercito era così il luogo di raccolta anche degli alleati, ogni città collegata all’oste doveva mandare infatti le sue truppe nel luogo convenuto di raccolta; durante la campagna della tarda primavera 1289 il campo principale dell’esercito guelfo fu stabilito sul Monte al Pruno, poggio oggi desolato e brullo che guarda tutto il Casentino e si erge sulla strada poco dopo il passo della Consuma. Ai primi di giugno del 1289 su quel poggio si radunarono circa diecimila fanti e due migliaia di cavalieri provenienti da mezza Toscana e regioni limitrofe.
Sul Monte al Pruno arrivarono così via via tutti i componenti dell’esercito mobilitato dai Guelfi di Toscana: 600 cavalieri Fiorentini delle cavallate “i meglio armati e montati ch’uscissono anche di Firenze”, i soldati forestieri arruolati dal Comune, i fanti cittadini, i contadini mobilitati dalle pievi e ville sparse nel contado; cavalcatori e fanti dell’ “amistà”, ovvero gli alleati, i contingenti di tutte le città appartenenti alla lega Guelfa che avevano mandato le bandiere da loro assoldate, i fuoriusciti di Arezzo che stavano per la Parte Guelfa capitanati da messer Rinaldo dei Bostoli.
I capitani che guidavano queste truppe erano gente dai nomi famosi all’epoca per valore guerriero, professionisti della guerra o, almeno, persone che ritroviamo spesso nelle cronache dell’epoca, sia come uomini di guerra che come podestà nelle città dell’Italia centrale: Jacopo di Uguccione del Cassero di Romagna, gli Squarcialupi della Valdelsa, Malpiglio dei Ciccioni da San Miniato con i suoi 25 cavalli, messer Barone dei Mangiadori di S. Gimignano, lo stesso Corso Donati a capo dei Pistoiesi e, infine, il “buono e savio capitano di guerra” Maghinardo Pagani da Susinana, chiamato da Dante il Demonio e che, sotto la sua insegna bianca col leone azzurro, portava in dote all’esercito dei Guelfi 20 dei suoi cavalli e 300 fanti romagnoli.

Per il 1289 possiamo ricostruire piuttosto bene due di questi gruppi: le compagnie al servizio di Siena e quelle di Bologna.
Nel 1289 Siena teneva al suo servizio varie compagnie: Bernardo da Rieti, un connestabile che aveva servito Firenze l’anno prima ed era stato fatto cavaliere dal Comune di Firenze per le sue imprese vittoriose in Maremma contro i soldati Pisani, comandava una compagnia di 80 uomini e con lui quell’anno erano al servizio di Siena anche Pietro di Navarra con la sua bandiera di 50 cavalieri e due conestabili di Foiano della Chiana: Naldo e Guiduccio di donna Bellafante che, sempre quell’anno, conducevano 70 cavalieri con 70 cavalli da guerra e 36 ronzini. A capo dei Senesi si trovava il loro podestà, un parmense, Tommaso di Henzola. E’ logico immaginare che dei 200 cavalieri che risultano assoldati da Siena per quell’anno, una parte di questi sia rimasta a far da guardia mobile ai confini del senese mentre 120 furono mandati a riunirsi all’oste guelfo che si raccolse al Monte al Pruno.
Bologna invece aveva quell’anno alle sue dipendenze il catalano Guglielmo della Torre e il piccardo John de Chesta; Guglielmo il catalano è un personaggio interessante e le sue vicende sono state ben ricostruite da Daniel Waley , aveva già servito il Comune di Siena negli anni precedenti e, al tempo di Campaldino, comandava una compagnia eterogenea di un centinaio di uomini, provenzali, italiani, francesi, catalani. Daniel Waley riporta un episodio curioso sulla difficoltà che questa brava gente aveva nell’intendersi con gli indigeni toscani: la richiesta fatta da Guglielmo ai Senesi nel 1279 che gli fosse dato un interprete “de lingua latina”, affinché gli insegnasse in modo comprensibile le vie ed i nomi dei luoghi dove gli sarebbe toccato avventurarsi. Il problema della lingua non doveva essere facile per questi soldati provenienti da mezza Europa, essi dovevano usare tra loro una sorta di lingua “franca” per intendersi, dove i termini militari erano mutuati dalla fortuna delle parole in voga e quelli generali dal latino, lingua universale, conosciuta almeno nei rudimenti essenziali.

Al campo del Monte al Pruno arrivarono finalmente anche i rinforzi mandati ai Guelfi di Toscana da Re Carlo II d’Angiò, detto lo Zoppo, quei 100 cavalieri francesi guidati ufficialmente dal giovane barone Aimeric de Narbonne ma in realtà affidati all’esperienza bellica di Guillaume Bertrand de Durfort, balio del capitano e già veterano di Carlo I in Italia, distintosi nelle guerre fatte dagli Angioini in Albania. Il gruppo dei francesi dovette arrivare scortato dal fiore dei cavalieri Fiorentini, questi avanzavano infatti seguendo l’insegna reale affidata per l’occasione già dal 13 di maggio a messer Gherardo Ventraia dei Tornaquinci, che si sarà sentito onoratissimo dal portare verso la battaglia quella bandiera mitica.