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La Guerra Anglo-Zulu del 1879 (5ª parte) – F. Nicolai

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]LA GUERRA ANGLO-ZULU DEL 1879 (5ª parte)[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: F. Nicolai[/font][/color][/size][/b][/i]


UNIFORMOLOGIA ARMY HOSPITAL CORPS Gli uomini di questo corpo dipartimentale, privo di ufficiali, sembra abbiano indossato la giubba di servizio nello Zululand. Questa era blu scuro, allacciata con cinque bottoni, il colletto era ornato tutto intorno da gallone scarlatto, come le spalline.

C’era un gallone a forma di trifoglio su ogni polsino, terminante in una spirale a ogni lato accanto alla cucitura posteriore della manica, sulla quale c’erano due bottoni. L’emblema del colletto era la corona ottonata, e le lettere ‘AHC’, sempre ottonate, erano fissate sulle spalline. I militari di truppe gradi indossavano un simbolo bianco dell’arma sul braccio destro, mostrando la croce rossa di Ginevra, e ornata in oro per i sergenti maggiori e giallo per i soldati semplici (Foto a Lato: Battaglia di Isandlwana. Quadro contemporaneo di C. E. Fripp). I galloni indicanti il grado erano dorati per i sergenti maggiori, e rossi per gli allievi sergenti e inferiori; essi erano indossati sulla manica destra sotto la croce rossa. I pantaloni erano blu scuro con una striscia rossa stretta. Le ghette erano del modello di fanteria allacciato, e gli stivali erano neri. L’equipaggiamento consisteva di una cintura alla vita di cuoio marrone con uno zaino bianco e la borraccia per l’acqua modello Oliver. Il copricapo in campo sembra sia stato l’onnipresente elmetto o il berretto di fatica con visiera.

ARMY SERVICE CORPS

Informazioni su questo corpo al tempo della guerra sono scarse., ma esistono due belle foto della truppa nel campo. Queste mostrano almeno due differenti tipi di giacca, una casacca e una giubba di servizio. La prima era blu scuro con un colletto di velluto blu, allacciato da otto bottoni, completamente liscia salvo un orlo bianco sul colletto e cordoncini ritorti bianchi sulle spalle. La giubba era simile ma con un colletto piatto bianco, cinque bottoni, orlo attorno al colletto e cordoncini sulle spalle. Un terzo modello di giacca sembra sia in evidenza, che era blu con quattro bottoni – questo deve essere stato una sorta di giacca da lavoro. I berretti da fatica era blu scuro con bottone dorato e doppia banda dorata per sergenti, e bianca per i gradi inferiori. Anche l’elmetto era indossato. L’equipaggiamento era una cintura di cuoio marrone; i sergenti dello staff portavano spade, e i soldati semplici baionette.

LE BRIGATE DELLA MARINA

Le uniformi dei marinai sembra abbiano variato leggermente fra ogni distaccamento. Gli uomini del Active pare abbiano indossato blusotti blu mare con fazzoletti da collo di seta nera, pantaloni bianchi e cappelli bianchi. Gli uomini del Tenedos indossavano blusotti blu, fazzoletti da collo, pantaloni blu e fodere blu per i loro cappelli. Il Boadicea, però, indossava blusotti bianchi con semplici baveri bianchi e fazzoletti da collo neri, pantaloni bianchi, con fodere blu per i loro cappelli. Solo gli uomini del Shah sembra abbiano indossato cappelli di paglia con tesa con il nome della loro nave su un nastro; anche loro indossavano blusotti e pantaloni blu. L’equipaggiamento sembra sia stato uniforme, tuttavia. Ghette di canvas con una rifinitura in pelle erano indossate sia dagli ufficiali che soldati. Cintura alla vita e alla spalla erano di pelle marrone, come le giberne per le munizioni. Le armi erano il Martini-Henry con una baionetta, un’arma dall’aspetto spaventoso che si differenziava scarsamente dal comune coltellaccio eccetto gli accessori che permettessero di applicarla al fucile. Gli ufficiali indossavano giacche monopetto blu con il grado indicato dai circoli attorno ai polsini. I pantaloni erano o blu o bianchi, e il copricapo era o il cappello a punta (blu senza una fodera, o bianco con fodera), o il comune elmetto da servizio estero, tinto di marrone. Le spade erano il modello degli ufficiali di Marina. Le rivoltelle indossate su bretelle anche appaiono comuni. La fanteria navale (Royal Marine Light Infantry) indossava una giacca da lavoro blu scuro in servizio attivo nello Zululand. C’erano quattro bottoni lungo il davanti, con due piccoli cordoncini scarlatti ritorti sulle spalle. I galloni sul colletto erano un disegno di tromba ricamato in rosso. I galloni indicanti il grado erano indossati su entrambe le braccia. L’uniforme dell’Artiglieria navale (Royal Marine Artillery) differiva solo nell’avere una granata invece della tromba e differenti modelli di bottoni. I pantaloni erano blu scuro con una stretta striscia rossa per la RMLI e una ampia striscia per la RMA. Foto di Marines nello Zululand mostrano la RMLI indossare berretti di tipo scozzese, e la RMA berretti da fatica. Nessun dubbio che entrambe abbiano indossato il solito elmetto. L’equipaggiamento era il modello 1871 ma con giberne nere. Il fucile era il Martini-Henry, e tutti i soldati semplici portavano la baionetta dei sergenti di fanteria. Le ghette erano nere come la fanteria.

E’ interessante notare che sembra non ci sia stato rifornimento per sostituire il vestiario consumato o danneggiato durante la campagna. Il clima dello Zululand poteva essere agli estremi, e ciò fu certamente il caso del 1879, quando giorni cocenti si alternarono a improvvisi rovesci gelidi durante i mesi estivi, e il congelamento di una parte del corpo era comune nelle notti d’inverno. La maggior parte del paese era coperta da boscaglia con spine, ed i rigori della vita all’aperto richiesero un pesante tributo sulle uniformi dei soldati. Schizzi del tenente W.W. Lloyd del 24° rgt. mostrano uomini del suo reggimento in uniformi con toppe, con elmetti malandati e cappelli civili (chiaramente questa fu una questione tanto di necessità quanto di scelta).

LETTERATURA E MODELLISMO

Quando parlo della guerra anglo-zulù come grande dimenticata mi riferisco al panorama italiano.
Nel nostro Paese non si riscontrano pubblicazioni su tale soggetto né per quanto riguarda la letteratura specialistica storico-militare né per quella prettamente storica. In Inghilterra, invece, la letteratura specialistica ha dedicato fin dall’origine e tuttora dà grande spazio a questa pagina della propria storia coloniale che ha occupato un lasso di tempo relativamente breve rispetto ad altri conflitti coloniali.
La bibliografia, sia contemporanea che moderna, riguardante la guerra anglo-zulù è molto vasta e composta da: fonti non pubblicate e informazioni private, giornali e periodici, fonti pubblicate. La maggior parte è di difficile reperimento perché di stampa remota. Tuttavia si possono trovare un notevole numero di titoli comprendenti ristampe di classici e tutta la produzione degli anni settanta-ottanta-novanta frutto dell’interesse riaccesosi in occasione del centenario del conflitto nel 1979. Tutto è rigorosamente in lingua inglese.
Navigando in Internet si possono rintracciare alcuni siti ben curati che toccano vari aspetti: la cultura zulù, il conflitto del 1879, gli attuali tour sui campi di battaglia, i musei, i libri, le pellicole, le stampe di dipinti contemporanei e moderni, il Sud Africa oggi, etc. Tra questi si possono segnalare quello della Anglo-Zulu War Historical Society, che pubblica semestralmente per i propri soci una rivista, e quello curato dallo scrittore e storico inglese Ian Knight, il quale è considerato a livello internazionale come uno dei principali esperti di storia del regno zulù ed in particolare della guerra anglo-zulù del 1879 (Foto a Lato: Difesa di Rorke’s Drift. Quadro di A. de Neuville).
Nato nel 1956, Ian Knight attribuisce il suo opprimente fascino per la storia e la cultura zulù all’aver visto il film Zulu, oltre all’aver perso un suo antenato nella battaglia di Isandlwana. Laureato in Studi afro-caraibici, ha scritto, co-scritto e compilato ventidue libri e monografie, la maggior parte dei quali su aspetti della storia zulù o sud africana e contribuito alle introduzioni di alcune ristampe di classici sul medesimo soggetto.
Membro del comitato fondatore della Victorian Military Society dal 1975, da allora dirige il gruppo sulla guerra zulù. Ha viaggiato in lungo ed in largo nello Zululand ed organizza continue spedizioni verso i siti storici e i campi di battaglia; dal 1990 è a capo dei tour che vi si svolgono. Chiamato in qualità di consulente dal locale museo di storia a Durban, nel 1996 ha assistito il Corpo Reale del Genio Militare nella costruzione della propria mostra-museo sulla guerra anglo-zulù, “The Red Hearth”. Ha ricevuto incarichi di consulenza e ricerca per un certo numero di documentari televisivi sul soggetto. Tiene regolarmente conferenze su aspetti della cultura zulù. Nel 1992 è stato nominato ricercatore associato onorario del Natal Museum a Pietermaritzburg, e nel 1997 membro della Royal Geographical Society.
Anche per quanto riguarda il risvolto che questo periodo storico ha sul mondo del modellismo statico non si può parlare di interesse o coinvolgimento da parte italiana: è difficile scovare un pezzo di un figurinista italiano nelle mostre (la stessa sensazione si ha quando si visitano i negozi di modellismo, almeno quelli romani) oppure rintracciare articoli o rubriche su riviste del settore che trattino tale ambientazione storica. Tuttavia leggendo periodici esteri che si occupano di modellismo si riscontra un buon coinvolgimento al riguardo.
Alcune ditte si sono dedicate nel produrre alcuni figurini sia in resina che in metallo sulla guerra anglo-zulù: A Call to Arms, Almond Sculptures, Andrea Miniatures, F.M. Beneito, Berruto, Clydecast Products, Comrades in Arms, El Viejo Dragòn, Elisena, Esci, Pili-Pili Miniatures, Tiny Troopers, Verlinden Productions. Si deve sottolineare al riguardo l’opera dello scultore Mike French, defunto, il quale ha realizzato una serie magnifica di dodici pezzi da 120 millimetri in resina della Tiny Troopers che si rifanno al film Zulu. Purtroppo, l’intero range è ormai difficile da ottenere, anche in Inghilterra; attualmente ne possiedo otto pezzi. Anche il mercato delle miniature per wargame è interessato a tale ambientazione offrendo kit da 15 e 25 millimetri.
Di sovente si riscontrano in Inghilterra dibattiti e mostre sul conflitto e rifacimenti dal vivo delle battaglie più significative di esso. Da segnalare i musei permanenti, dedicati alle battaglie e ai reggimenti britannici e indigeni che vi presero parte, situati in Sud Africa e nel Regno Unito. Un’esperienza da non perdere è la speciale mostra che si tiene al National Army Museum di Chelsea, distretto di Londra, inaugurata l’11 ottobre 1999, e che esplora aspetti del coinvolgimento dell’esercito inglese in Sud Africa dall’occupazione britannica del Capo nel diciottesimo secolo alla partenza della guarnigione per i campi di battaglia della Prima Guerra Mondiale del 1914. Avvicinando la copiosa collezione di arte raffinata, fotografie, archivi, uniformi e cimeli privati, molti dei quali saranno visibili al pubblico per la prima volta, la mostra copre il ruolo dell’esercito in Sud Africa, il suo impatto sulle popolazioni indigene e i colonizzatori europei, la vita d’accampamento e le campagne quali le guerre di frontiera del Capo, la guerra zulù e la guerra boera. Gli oggetti in mostra includono la Victoria Cross (la croce di guerra britannica) assegnata al caporale Ferdinand Schiess per le sue imprese a Rorke’s Drift. Anche famosi dipinti come quello a olio di Charles Fripp La Battaglia di Isandlwana; la mostra mette anche in evidenza articoli meno conosciuti, includendo schizzi del Principe Imperiale di Francia. Fra gli archivi vi sono esempi di grafia del re zulù Cetshwayo.

L’imperialismo coloniale di ogni nazione (inteso come la storia mondiale degli anni compresi tra la guerra franco-prussiana del 1870 e la prima guerra mondiale) desta interessi variegati, contraddistinti da molti fattori, uno dei quali riguarda l’eco e il coinvolgimento che il periodo hanno prodotto presso le nazioni che non ne sono state protagoniste. Qui non si parla di età antica, di Medioevo, di periodo napoleonico (anche se vi si interseca) o di periodo storico moderno inteso come comprendente le due guerre mondiali e i successivi conflitti; periodi questi certamente conosciuti e facente ormai parte del bagaglio culturale di tutti, compresi gli appassionati di storia militare e i figurinisti. La guerra zulù è una grande pagina di storia che forse non tutti conoscono o della quale anche alcuni modellisti hanno un’infarinatura molto generale. Ogni giorno la mia conoscenza si approfondisce anche se a piccoli passi, traendo linfa da qualsiasi fonte io possa raggiungere: il mio cammino è tutto in salita.
Appassionato di tutta la storia indistintamente, vorrei trasmettere questa mia passione nel modellismo, per il quale ho un grande rispetto soprattutto se veicolo di conoscenza e approfondimento di tematiche a carattere storico-culturale e uniformologico.
Sebbene noi non vediamo più la storia come una sequenza di battaglie, la battaglia rimane il centro dell’umano conflitto. Quest’ultima mostra anche l’animo umano nei suoi estremi più maligni ed eroici; il dramma della battaglia continua ad esistere come una fonte di costante fascino per il comune lettore e lo storico allo stesso modo.

ISANDLWANA E RORKE’S DRIFT

Isandlwana 22 gennaio 1879, Rorke’s Drift 22/23 gennaio 1879: due celebri battaglie combattute dai due eserciti. La prima considerata la più grande sconfitta subita da un esercito moderno per opera di una popolazione indigena sprovvista di armi da fuoco. La seconda resa ancor più famosa al grande pubblico dal film Zulu e ricordata per il valore degli inglesi. La sera del 22 gennaio 1879, dopo la sanguinosa battaglia di Isandlwana (dei 167 ufficiali e 1707 uomini che erano nel campo la mattina del 22 gennaio sotto il comando del tenente colonnello Henry Pulleine, divisi tra cinque compagnie del 1° btg./24° rgt., una del 2° btg./24° rgt., uomini della artiglieria con due pezzi da 7 libbre, un centinaio di uomini della fanteria a cavallo e dei Volontari del Natal e 4 compagnie del Natal Native Contingent, solo 60 bianchi e 400 uomini di colore sopravvissero), a circa dieci chilometri di distanza, la missione situata a Rorke’s Drift nel Natal che operava come ospedale da campo (precedentemente residenza del missionario svedese Otto Witt e di sua figlia) e posto di approvvigionamento britannici venne assalita da circa 4000 guerrieri zulù, che non avevano partecipato al combattimento e cercavano una parte della gloria già toccata ai loro compagni (Foto a Lato: Isandlwana. Approccio dei vari reggimenti zulù. Sfondamento e invasione del campo). La guarnigione del posto era composta da 95 uomini della compagnia B, 2° btg./ 24° rgt. compresi i sottufficiali ed un ufficiale (Tenente Gomville Bromhead), più un ufficiale della 5^ Compagnia del Genio Militare (Tenente John R.M. Chard), alcuni soldati della Royal Artillery, alcuni del 2° btg.° del 24° rgt., una compagnia del Natal Native Contingent, alcuni componenti del Natal Mounted Police, alcuni del Corpo di Commissariato e Sussistenza, un membro dell’Army Service Corps, un ufficiale medico chirurgo, alcuni infermieri dell’Army Hospital Corps, un civile, un cappellano e 36 soldati ricoverati nello stesso ospedale (i quali furono protagonisti del più famoso episodio della battaglia, lottando tenacemente fino all’abbandono della struttura ormai in fiamme). Alla notizia del disastro di Isandlwana, data da alcuni sopravvissuti fuggiti dal campo di battaglia, e dell’imminente arrivo di migliaia di guerrieri zulù, la quasi totalità della compagnia di colore con i loro ufficiali e sottufficiali fuggì lasciando a difesa di un perimetro di 300 metri i pochi soldati inglesi. Questi ultimi allestirono rapidamente le barricate e si prepararono a difendere la posizione, trovandosi a lottare disperatamente non solo contro l’impeto dei guerrieri, ma persino contro gli incendi e la mancanza di munizioni (lo scrittore Ian Knight ha intitolato un suo recente libro edito dalla Osprey Military Publishing “Rorke’s Drift 1879, pinned like rats in a hole”: “Rorke’s Drift 1879, inchiodati come topi in una trappola”). All’alba del giorno 23, gli Zulù erano spariti concedendo così un intervallo di riposo agli inglesi; riapparvero alle 7.30 semplicemente prendendo posto su una vicina collina (KwaSingqindi) a sud ovest e osservando per circa un’ora prima di voltarsi e di ritirarsi, senza aver conquistato il loro obiettivo dopo quasi dodici ore di assedio selvaggio. Ne avevano avuto abbastanza. Il bilancio inglese comprendeva 17 morti e 10 feriti, mentre gli Zulù lasciarono circa 400 morti sul campo.
Nell’attuale (anni fa tumultuoso) stato del Sud Africa Isandlwana ha ottenuto un significato simbolico fra la comunità tradizionalista zulù che si sente minacciata dai recenti cambiamenti politici, e che trae forza dalle vittorie del passato. Il campo di battaglia ha perciò visto un numero di raduni sia commemorativi che politici nei tempi recenti. Per chiunque abbia un senso per la storia, è veramente uno spettacolo straordinario vedere alcune centinaia di guerrieri zulù con le tradizionali insegne reali sfilare sotto la cupa cima di Isandlwana.

Il Sud Africa è conosciuto e resterà nel tempo e nelle memoria per la sua straordinaria e diversa bellezza, ma purtroppo anche per essere stato squarciato dalla divisione dell’apartheid e comunque segnato da un lungo razzismo coloniale.

1. Il fiume Mzinyathi
2. Il monte Oskarberg.
3. Il magazzino
4. ‘L’ospedale’
5. Muri di sacchi di granturco
6. Ultima ridotta
7. Direzione dell’avvicinamento degli Zulù
8. Cecchini zulù
9. Principale assalto zulù