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Stilicone – M. Colombelli

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]STILICONE[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: M. Colombelli[/font][/color][/size][/b][/i]


Stilicone nasce nel 365 circa, figlio di un ufficiale di cavalleria vandalo al servizio dell'imperatore Valente, forse di origini nobili. Stilicone nacque quindi come cittadino romano e romana, e molto elevata, fu anche l'educazione che ricevette, pur senza dimenticare o rinnegare la sua origine germanica.

Parlava correttamente le tre lingue principali: il germanico d’uso corrente (una sorta di lingua franca per le tribù nomadi), il latino e il greco (idioma dell’impero orientale). Le notizie che abbiamo di Stilicone le dobbiamo principalmente al poeta Claudiano (che di cantò le gesta in maniera ossequiosa) e allo scrittore cristiano Orosio (che lo definì “d’una razza imbelle, avida, perfida ed ingannatrice). Questo per dire che di Stilicone non abbiamo un quadro storicamente attendibile, ma un ritratto fatto da un adulatore e da un denigratore. Stilicone entra a far parte dei protectores, il corpo dei sottufficiali nei quali venivano mandati a formarsi i giovani figli delle famiglie nobili. Entrò ben presto nelle grazie dell’imperatore Teodosio, che lo fece partecipare nel 383 ad una missione diplomatica in Persia (probabilmente non a capo della stessa come afferma Claudiano). Al suo ritorno entra a far parte dello stato maggiore imperiale e sposa Serena, figlia adottiva dell’imperatore. In poco tempo aveva conquistato tutti gli onori militari, un cospicuo patrimonio e uno splendido palazzo a Costantinopoli. La carriera di Stilicone trae nuovo slancio. E’ dapprima comes stabuli sacri (responsabile delle stalle reali), poi, nel 385, comes domesticorum (capo della guardia imperiale). Nelle molteplici campagne militari di Teodosio non rivestì importanti incarichi militari, rimanendo comunque sempre al fianco dell’imperatore. Solo nel 392 viene nominato magister utruisque militiae. Nel 394 fu uno dei comandanti, insieme ad Alarico, delle truppe imperiali contro Arbogaste. Poco dopo divenne magister utruisque militiae praesentalis, comandante supremo delle truppe occidentali. Alla sua morte (395) Teodosio gli affidò in tutela i due figli Onorio e Arcadio, che aveva nominato rispettivamente imperatori della parte occidentale e della parte orientale. Fin dai primi momenti, Stilicone cerca di affermare la propria autorità, sopratutto in campo militare, anche in Oriente nell’idea di un tutt’uno dell’Impero, in una fase in cui la parte orientale doveva subire la pressione del goto Alarico. L’azione di Stilicone mirava ad unificare l’impero contro le forze che premevano sulle frontiere, garantendo e preservano l’unità territoriale: questo lo portò a scontrarsi con i ministri di Arcadio, Rufino prima e Eutropio poi. Ciò era dovuto anche al fatto che la nomina di tutore di Teodosio non era stato ben definita giuridicamente. La prima occasione di ingerenza di Stilicone negli affari orientali si presentò quando Alarico, scontento di come era stato trattato, reclamava per se la carica di magister militum ed il comando effettivo della regione della Mesia, spingendosi sin sotto le mura di Costantinopoli. Rufino in questa occasione invitò Alarico a dirigersi verso la Dacia e la Macedonia, richiedendo a Stilicone la restituzione delle truppe orientali ancora poste sotto il suo comando.

Nel maggio del 395 affronta e sconfigge i goti in Dalmazia e Pannonia, costringendo Alarico verso la Grecia, dove lo insegue raggiungendolo in Tessaglia. Li lo raggiunge l’ordine di Arcadio di abbandonare i territori orientali e restituire le legioni non di sua pertinenza. Le legioni furono guidate dal goto Gainas fino a Costantinopoli e il 27 novembre 395, durante la parata, queste trucidarono Rufino. Pacificati i rapporti, almeno momentaneamente con l’oriente, Stilicone si rivolse a rafforzare i confini occidentali, stipulando accordi con numerose tribù barbare (franchi, suebi, sicambri, marcomanni) lungo le frontiere del Reno e del Danubio. Nello stesso tempo cercò di ingraziarsi gli aristocratici romani e il potere ecclesiastico mediante una serie di concessioni. In Grecia, Alarico devastava le terre saccheggiando le città e le campagne, compresa Atene che per non subire danni pagò un forte tributo. All’inizio del 397 Stilicone intraprese una nuova campagna, sbarcando un poderoso esercito vicino Corinto oramai distrutta, e inseguendo Alarico, accerchiandolo, su un altopiano. Ma Alarico sfugge e viene nominato da Eutropio, succeduto a Rufino, magister militum per Illirycum. Nello stesso tempo, per rendere la situazione di Stilicone più difficile, viene aizzato il comes dell’Africa, Gildone, contro Roma. L’Africa a quei tempi era il granaio di Roma, ed improvvisamente il principe mauro sospese la partenza delle navi da carico verso l’Italia. A Roma scoppiarono tumulti e rivolte, una carestia e una epidemia, che costrinse Stilicone ad affrontare prima la rivolta interna, incrementando l’arrivo di cereali dalla Gallia e poi facendo nominare hostis publicus (nemico pubblico) Gildone, il quale si gettò completamente nelle braccia di Eutropio. Nell’autunno 397 dal porto di Pisa, partì un esercito guidato da Mascezel, fratello di Gildone e intenzionato a vendicare la morte dei suoi due figli, che sconfisse e costrinse alla fuga il ribelle che più tardi si suicidò. Nei primi mesi del 398, per rafforzare la propria posizione, Stilicone fece sposare la sua dodicenne figlia Maria all’imperatore Onorio. La rivolta popolare nel 400 a Costantinopoli aveva dimostrato come la pars orientale non fosse più disponibile a accettare i servigi dei barbari (i barbari vennero utilizzati da allora unicamente come soldati mercenari, senza alcuna possibilità di accedere alle sfere di comando). La sostituzione delle truppe gotiche di Alarico stanziate nell’Illirico con soldati di Costantinopoli, indusse lo stesso a trasferire le sue mire di conquista e razzia verso l’occidente. Alarico invade l’Italia nell’inverno del 401, ma sarà battuto da Stilicone, dopo un lungo periodo di razzie e saccheggi nel nord Italia, prima a Pollenzo nel 402 e poi a Verona nel 403. L’eliminazione del goto valse a Stilicone una notorietà senza precedenti ed il raggiungimento dell’apice della carriera. La corte fu trasferita da Roma a Ravenna, una città considerata inespugnabile e quindi più sicura per Onorio. Nello stesso tempo rafforza l’esercito, con una serie di leggi che promuovono la coscrizione e punivano la diserzione, leggi che non furono accolte positivamente perchè nessuno era più disponibile a servire nell’esercito. E il rinforzo dell’esercito era fondamentale per difendersi dalle continue invasioni di barbari. Nel 405 è la volta del goto Radagaiso che viene spinto dall’avanzare dei mongoli, oltre il Danubio, devastando la Mesia e nell’inverno entrando in Italia. Anche lui si da a devastare e saccheggiare il territorio puntando verso Roma. Una volta giunti i rinforzi dei foederati barbari, unni e goti, Stilicone muove contro Radagaiso, sconfiggendolo a Fiesole nell’estate del 405. I resti del suo esercito furono ridotti in schiavitù e lui stesso ucciso insieme alla famiglia. Una nuova invasione barbara devastò la Gallia agli inizi del 407, una invasione spaventosa alla quale dobbiamo la nomea che si sono fatti nei secoli i vandali. Questa invasione determinò la caduta di Stilicone, mettendo in moto tutta una serie di avvenimenti che Stilicone non fu in grado di controllare. Per fermare le orde barbariche che devastavano l’impero, cercò di convincere il senato ad utilizzare lo stesso Alarico, presentandolo non come un invasore, ma come un magistrato romano che andava ricompensato per i suoi servigi. Ma oramai la fiducia nell’operato del generale era venuta meno. La sua politica definita filobarbarica dai suoi detrattori, fu più volte denunciata determinando i sospetti di Onorio e l’opposizione dei senatori di Roma. Nel corso di una rivolta militare scoppiata il 13 agosto 408 e tesa a denunciare la politica filobarbarica di molti funzionari, fu ucciso, insieme alla moglie e al figlio Eucherio, pochi giorni dopo, abbandonato da tutti. La sua scomparsa fu pagata a caro prezzo dai romani che dovettero subire nel 410 il ritorno di Alarico e il saccheggio di Roma.