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Il tramonto della Legione Romana – M. Colombelli

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]IL TRAMONTO DELLA LEGIONE ROMANA[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: M. Colombelli[/font][/color][/size][/b][/i]


Il motivo della affermazione di Roma come potenza, prima in Italia e poi nel Mediterraneo, va ricercata nella forze della sua costituzione politico-militare. Roma è una città militare, o meglio una città-esercito in cui la struttura militare coincide con quella politica e dove si afferma la saldatura tra gli interessi del senato e quelli del popolo romano. Anche se travagliata da decenni di conflitti, questa alleanza si estrinseca in una solidarietà patriottica. La guerra era il motore dello sviluppo e per essa Roma aveva costruito uno strumento formidabile: la legione. Ma ad un certo momento questo sistema entrò in crisi. Nel III secolo questa crisi non solo scosse la stabilità dell'istituto imperiale, ma costrinse anche a ripensare il ruolo stesso dell'esercito e pose le premesse per la sua riorganizzazione, l'ultima prima della crisi definitiva dell'impero occidentale.

Ed infatti, con la fine della dinastia dei Severi nel 235, emersero tutti i limiti caratteristici dell’esercito dell’alto impero. Il rapporto di osmosi tra società civile ed esercito venne meno e l’equilibrio tra potere politico e militare si ruppe. In questo periodo furono fatti vari tentativi di restaurare l’antica autorità imperiale, in particolare da parte di una serie di imperatori che provenivano dalla penisola balcanica e fondavano il loro potere su soldati e legioni anch’essi di quelle regioni, seguaci del culto di Mitra e fedeli al loro capo: tali furono per esempio Aureliano (270-275), che adottò il culto solare caro alle sue truppe, e Probo (276-282). Il ruolo dell’esercitò andò modificandosi durante le crisi interne dovute alle guerre di usurpazione e alle crisi esterne provocate dalle incursioni barbariche. Se il professionismo della carriera militare si rafforzò fino ai gradi più elevati e se l’impero era in mano a generali usurpatori, la classe militare andava assumendo sempre più una funzione centrale. Molti imperatori provenivano direttamente dai ranghi degli ufficiali. I comandi delle legioni furono sempre più spesso affidati a elementi dell’ordine equestre che costituivano i legati senatorii. Questo processo non fu ne improvviso ne definitivo, ma segnò una tendenza che aveva origine nella vecchia identificazione dell’esercizio del potere politico e militare con il Senato che traeva a sua volta origine dall’antica concezione repubblicana che non distingueva tra potere civile e potere militare. L’uomo politico era allo stesso tempo soldato, sacerdote e magistrato.

GENERALI E USURPATORI: A ROMA COMANDA CHI HA I SOLDATI MIGLIORI

Durante questa fase l’imperatore proveniva ancora dalla classe senatoria e da questa classe traeva tutto il gruppo dirigente alla quale affidava i compiti: un senatore era governatore delle province dove erano stanziate legioni, e un senatore era il comandante di ogni legione. L’unico che poteva portare il vecchio titolo di imperator (cioè di detentore del comando militare) era ormai il principe, ma i comandi militari potevano ancora favorire l’acquisizione di potere, prestigio e danaro e l’ordine equestre era diventato una classe di funzionari che copriva le nuove competenze necessarie ad amministrare l’impero; e l’imperatore aveva interesse a sceglierli tra le aristocrazie cittadine, i provinciali, gli ufficiali. Ma i meccanismi di selezione ne fecero progressivamente un gruppo specializzato con un’esperienza maggiore di quella di molti senatori. Inoltre gli appartenenti avevano una concezione dell’esercizio del potere imperiale diversa da quella dei senatori ed in particolare erano meno ostili ai processi assolutistici che, d’altra parte, li avvantaggiavano facendone interlocutori privilegiati dell’imperatore, mentre i senatori per tradizione erano sempre stati contrari alla visione accentratrice del potere, che poteva minare i loro privilegi politici e personali. Questo processo si accompagnò alla nuova esigenza, dettata dalle numerose invasioni barbare, di disporre di truppe mobili, capaci di intervenire rapidamente su una frontiera troppo lunga e di seguire i comandanti durante le sempre frequenti lotte per l’usurpazione del potere.

E’ a partire dalla seconda metà del III secolo che furono infatti istituiti reparti di cavalleria e si affermarono legioni costituite prelevando gli uomini soprattutto dalle province, uomini abituati a combattere lunghe campagne all’interno del territorio romano e non più stabilmente impiegati sulla frontiera. Oramai era evidente che il potere imperiale poteva essere conquistato e mantenuto, soprattutto, facendo affidamento sull’esercito, il che conferiva a tale potere una connotazione sempre più militare. Nelle continue crisi interne ed esterne, diveniva fondamentale saper comandare un esercito e poter contare su soldati e ufficiali fedeli e sperimentati. La pressione esterna e interna portò però anche problemi di effettivi. Si afferma sempre più la pratica di arruolare reparti nei territori ai margini delle aree romanizzate, o anche tra gruppi di barbari esterni all’impero o stanziati entro i confini. E’ l’inizio di una trasformazione radicale dell’essenza dell’esercito romano.

LA STABILITÀ DELL’IMPERO IMPONE LA FINE DELLA LEGIONE

Nel 212 l’imperatore Caracalla aveva concesso la cittadinanza romana a quasi tutti gli abitanti dell’impero, esclusi i gruppi meno romanizzati e la vecchia distinzione tra legioni formate da cittadini e ausiliari reclutati tra i provinciali era venuta meno anche nella forma. Si era affermata invece l’esigenza di utilizzare sempre più reparti le cui caratteristiche ne consentissero l’impiego contro i nuovi nemici, i barbari, che usavano armi e tattiche diverse. Era infatti necessario modificare la strategia romana, che non poteva essere la stessa contro i germani e contro i parti. Lo avevano dimostrato sconfitte umilianti come quella subita nel 260 da Valeriano a Edessa di fronte all’esercito del re persiano Sapore I. Fu Diocleziano (284-305) a cominciare l’opera di riorganizzazione dell’esercito sancendone il ruolo centrale.

La sua riforma, che può essere considerata una prosecuzione dell’opera di Gallieno e fu terminata successivamente da Costantino, da una parte riconosceva l’importanza della difesa esterna ma dall’altra ridimensionava i poteri dei grandi comandanti provinciali, che troppo spesso si erano trasformati in usurpatori. Le sue linee principali poggiavano su due fulcri: la difesa statica dei confini e la costituzione di un esercito mobile di campagna. Le province furono allora suddivise in piccole unità amministrative, divise in diocesi e raggruppate nelle quattro circoscrizioni, in modo da evitare la concentrazione di un potere troppo ampio nelle mani di un solo governatore, ed evitare così tentativi di ribellione al potere centrale. Il processo che tendeva a rendere specialistico il comando militare fu portata fino in fondo. Nelle province di confine, dove erano stanziate truppe, i comandanti militari erano i duces, di estrazione professionale (equestre) mentre il potere civile era affidato a uomini che potevano essere di varia provenienza, ma che erano ormai, in molte province, più dei funzionari imperiali che dei grandi notabili, quali erano stati nella repubblica e per gran parte dell’impero. Si compivano due grandi rivoluzioni: da una parte veniva ridimensionato il potere dei senatori e dall’altro si rendevano professionali i comandi militari, riconoscendo di fatto l’autonomia dell’esercito. Nelle nuove province di confine furono dislocate due legioni di fanteria e due di cavalleria. In questo modo, Diocleziano raddoppiò in pratica gli effettivi e li dislocò massicciamente alle frontiere.
Questi soldati si dissero limitanei, dal termine limes (confine). Con la riforma di Diocleziano le legioni furono smantellate nella loro organizzazione classica che era durata secoli. I reparti si distinguevano sulla base del loro armamento e dei loro compiti. Erano legioni il cui organico si era fortemente ridotto fino a circa 1.000 uomini (le vecchie legioni erano di 5.000 uomini): al loro comando era posto un praefectus, un praepositus o un tribunus. Pare accertato che questi nuovi reparti fossero ancora costituiti unicamente da cittadini romani; vi erano poi le antiche formazioni ausiliarie di peregrini, ma non si tendeva più a chiamarle auxilia, termine con cui si definivano invece i numeri nazionali, i reparti di estrazione provinciale, soprattutto barbarici poco o nulla romanizzati. Ci si preoccupava sopratutto di sottolineare la differente specialità o armamento, distinguendo tra sagittarii, scutarii, cetrati, clibanarii, catafractarii, ecc. Così nell’esercito del tardo impero si incontrano reparti singolari come i cavalieri catafratti di derivazione partica (una specie di precursori del cavaliere con armatura pesante), gli arcieri africani, i cavalieri mori. I reparti erano inoltre definiti milliarii (1.000 uomini) o quingenarii (500 uomini). L’elemento essenziale della concezione diocleziana rimaneva comunque la difesa statica e continua. Dopo decenni nei quali le difese fisse e le guarnigioni di confine erano state trascurate sino quasi all’abbandono, Diocleziano procedette ad una vera e propria opera di riassetto delle fortificazioni, facendo restaurare quelle cadute in rovina e progettandone di nuove (ad esempio sul confine siriano la strata Diocletiana). Questa doveva fondersi con la difesa in profondità, gia sperimentata: in caso di sfondamento del limes, l’avanzata del nemico andava contenuta e respinta con l’impiego di eserciti di manovra, agili e veloci, che sfruttavano le piazzeforti di retrovia. Con Diocleziano si delinea la netta distinzione tra truppe di confine (chiamate in un primo tempo ripenses e poi limitanei) e le truppe campali, mobili, poste sotto il comando dei due Augusti o dei due Cesari, dette comitatenses da comitatus (“gruppo di compagni”, “scorta”): si trattava di reparti scelti, di fanteria e specialmente di cavalleria costituite in legioni, vessillazioni, ali e coorti ausiliarie, numeri o auxilia. Ma il grosso dello sforzo fu fatto sulle frontiere: circa mezzo milione di uomini furono impiegati nella loro difesa, mentre i comitatensis erano ancora pochi e non potevano costituire un vero e proprio esercito di campagna.

SEMPRE MENO ROMANO IL SOLDATO DI ROMA

Gli obiettivi di Diocleziano erano quelli di dare stabilità e sicurezza all’impero e per questo servivano risorse umane e materiali da destinare a tale scopo. Tutto il sistema fu orientato verso la difesa. Sul piano puramente strategico, una difesa statica e continua, per quanto appoggiata su strutture formidabili, mostrò difetti notevoli. Lo sfondamento poteva avvenire con relativa facilità, mentre la mancanza di riserve all’interno e la difficoltà di radunare tra i limitanei un esercito da campagna costituivano un problema di difficile soluzione.
Il servizio militare non rappresentava più una soluzione appetibile (era stato per secoli un modo per ottenere alla fine del servizio la cittadinanza romana), giacché il servizio alla frontiera era spesso poco remunerativo e molto duro, oltre che lontano dai centri abitati. Abbiamo numerosi casi di soldati che si tagliavano un dito del piede o si procuravano ferite per essere esonerati, o addirittura compravano il proprio esonero. C’era inoltre un più generale problema d’ordine sociale: i grandi proprietari terrieri avevano infatti bisogno per coltivare la terra degli stessi uomini che servivano all’esercito ed arrivavano a pagare per non far svolgere loro il servizio. Si creava in tal modo un conflitto, che si risolveva spesso con la forza. Per tali motivi si arruolarono sempre più elementi meno romanizzati, o barbari. Veniva dunque meno l’equazione tra vita militare e vita civile che aveva costituito un punto di forza dei primi secoli dell’impero. L’arruolamento di barbari poteva voler dire romanizzazione, e infatti molti uomini d’origine barbarica giunsero a posizioni di comando (il caso forse più noto è quello appunto di Stilicone); ma significava anche il sorgere di uno stato di tensione tra le esigenze dell’esercito e quelle della società civile.

TRUPPE SCELTE PER RIMANDARE LA CADUTA

L’ultima grande riforma fu quella di Costantino I (306-337) che risolse il problema della mobilità dell’esercito e quello della struttura dei comandi. Dai primi decenni del IV secolo, infatti, il gruppo dei soldati comitatenses crebbe numericamente fino ad assorbire quasi metà degli

effettivi dell’esercito. Come i limitanei i comitatenses erano anch’essi divisi in unità di un migliaio di uomini, con nomi specifici che ne indicavano la provenienza geografica o un’insegna particolare o un riconoscimento imperiale (Armigeri, Herculiani, Defensores, ecc.). Essi si caratterizzavano per una superiorità formale e sostanziale rispetto ai limitanei: erano reclutati tra gli elementi migliori, sia sul piano fisico che sociale, erano pagati meglio, avevano privilegi (per esempio esenzioni fiscali) e vivevano in prossimità di centri urbani. L’istituzione di questo esercito aveva due compiti principali: risolvere la questione della riserva strategica in caso di sfondamento del limes (e quindi la loro presenza rassicurava i civili) e consolidare il potere dell’imperatore, che poteva così disporre di un suo esercito personale.
I comitatenses erano raggruppati in zone vicine alle sedi imperiali (che si erano moltiplicate, da Milano a Treviri, a Spalato, a Costantinopoli) ed erano comandati da generali detti magister militum per la fanteria e magister equitum per la cavalleria; erano veri e propri capi di stato maggiore dell’impero, divisi territorialmente, ma con un comando supremo che li coordinava. Talvolta, in epoca tarda, fu nominato anche un unico magister utruisque militae. Nella seconda metà del IV secolo vennero introdotti tre alti comandi territoriali: il magister militum Galliarum, il magister militum per Illirycum e il magister militum per Orientem, con poteri estesi alle aree più minacciate da aggressioni esterne. Questi ufficiali erano uomini di varia estrazione, spesso barbari d’origine, comunque non membri delle vecchie famiglie senatorie. Sotto di loro erano i comandanti provinciali (i duci), mentre forze speciali potevano essere organizzate per interventi urgenti al comando di altri generali. I limitanei finirono per costituire reparti sempre meno prestigiosi e meno pagati, la cui funzione di difesa era spesso precaria. Essi cominciarono a identificarsi con le realtà locali e ad alcuni fu data della terra per incentivare la loro volontà di combattere; non è un caso che alcuni di loro preferissero vivere tra i barbari, con i quali avevano talvolta più contatti che con le autorità romane. Questa organizzazione, pur con molti traumi, resse un secolo e mezzo in Occidente e costituì la base degli ordinamenti militari dell’impero bizantino.
L’esercito romano era ormai divenuto qualcosa di assai diverso dalle sue origini non soltanto repubblicane, ma anche altoimperiali. Le due riforme fecero dell’esercito la struttura portante nel tentativo, riuscito ancora per molti decenni a venire, di salvare l’impero dal disastro. Con Costantino, i pretoriani furono sciolti, dopo la vittoria su Massenzio nel 312, e che avevano sostenuto. Al loro posto furono costituiti nuovi corpi d’elite, scegliendo le migliori comitatenses che divennero palatini e poi, in un una ulteriore selezione fino a formare una nuova guardia personale: le scholae palatine o protectores. Le prime erano formazioni di cavalleria di origine barbarica e da essi erano selezionate le quaranta guardie del corpo dell’imperatore. Le seconde, di fanteria o cavalleria, erano ufficiali che fungevano da guardia d’onore ed erano inviati presso i reparti operativi con incarichi speciali. Lo stesso Stilicone all’iniziò della sua carriera fu un protectores.

L’AGONIA DELL’IMPERO: BARBARI CONTRO BARBARI

Con Diocleziano e Costantino l’esercito superò, secondo alcune stime, il mezzo milione di uomini, cioè circa il dieci per cento di tutta la popolazione dell’impero. Nonostante tutto la carriera militare non era considerata appetibile, sopratutto lungo il limes, dove la vita era più dura, con la sensazione di essere abbandonati e lasciati a combattere contro un numero soverchiante di nemici. Per la difesa dell’impero si ricorse pertanto sempre più massicciamente ai barbari ai quali venivano concesse terre proprio lungo i confini; la storia dell’esercito romano tardoantico appare alla fine come quella di una lotta fra barbari al servizio dell’imperatore contro altri barbari. E questo un fenomeno che presenta una grande complessità. Fin dall’alto impero, infatti, troviamo gruppi di barbari, specialmente germani, arruolati come alleati (foederati) e inquadrati nell’esercito romano al comando dei loro stessi capi. In altri casi si ricorse invece a barbari stanziati come contadini sulle terre dell’impero (laeti) tra i quali si reclutavano, quando era necessario, altri reparti. Nel IV secolo l’arruolamento di germani, ma anche di altre popolazioni, aumentò enormemente e nei nomi dei reparti di questo periodo incontriamo numerose tribù barbare. La battaglia di Adrianopoli (378), nella quale cadde lo stesso imperatore Valente, segnò una svolta nei rapporti tra romani e barbari che influenzò anche l’esercito. I goti vincitori chiesero e ottennero di essere stanziati all’interno dei confini dell’impero.
Diversa fu infine l’evoluzione dell’Oriente bizantino, dove i barbari furono sconfitti militarmente e cacciati dal governo civile già alla fine del IV secolo: immune da invasioni per lungo tempo, Bisanzio doveva guardarsi solo dal primordiale nemico persiano lungo le frontiere orientali. Lo stato persiano era però una forte organizzazione con la quale si poteva trattare. L’impero bizantino mantenne per secoli, pur con successive modifiche, la struttura militare predisposta da Diocleziano e Costantino.
La crescita della componente barbara nell’esercito fu troppo rapida per permettere un processo di integrazione, indispensabile per la salvaguardia delle tecniche militari romane. Le fanterie persero la capacità di manovrare; lo stesso schema falangitico, usato a partire dal tardo IV secolo, oramai veniva applicato con il rozzo principio di sfruttare la sola forza d’urto. La cavalleria, divenuta con Gallieno l’arma più valida dell’esercito imperiale, era oramai in massiccia parte formata da numeri e foederati barbari che ignoravano e rifiutavano le tecniche di combattimento romane e si attenevano alle loro. Le macchine da guerra con le quali si cercava di sopperire alla scarsità del numero lungo le frontiere, erano spesso inefficaci perchè gli addetti non avevano la sufficiente esperienza per manovrarle. Solo nei quadri di comando persisteva una certa professionalità ed esperienza che cozzava comunque, con la scarsa disciplina delle truppe sotto il comando. Dopo la disfatta di Adrianopoli, l’impero per compensare le forti perdite di uomini fu costretta ad un ancor più massiccio impiego di barbari i quali occuparono stabilmente anche gli alti comandi. Composizione e struttura delle forze armate rappresentavano la disgregazione dell’impero romano d’occidente.