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Nella fornace di Stalingrado – R. Rusconi

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]NELLA FORNACE DI STALINGRADO[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: R. Rusconi[/font][/color][/size][/b][/i]


Stalingrado ha la vaga forma di una mezzaluna con la gobba rivolta all’occidente: sul suo lato interno scorre il Volga; su quello esterno premono gli assedianti, i 320.000 uomini della 6 Armata di Paulus. Dall’alto in basso, per chi guarda la carta geografica, questa mezzaluna è divisa orizzontalmente in sei quartieri, come altrettanti spicchi di terra che si bagnano nel Volga ed hanno tutti i nomi tipici dell’era rivoluzionaria: “Fabbrica di Trattori”, “Barricate”, “Ottobre Rosso”, “Dzerzhinski”, “Vorosiloviski”, ”Kirovski”.

E’ contro questi ultimi baluardi che fra il 16 settembre (primo giorno dell’assedio) e il 19 novembre (inizio della controffensiva sovietica) si rovesciano senza posa le ondate d’assalto della fanteria corazzata di Paulus.
Complessivamente, in nove settimane di combattimenti, sono oltre 700 attacchi, alla media di 12 al giorno, e cinque grosse battaglie scatenate il 22 settembre, il 4 e il 15 ottobre, il 1° e il 12 novembre. Sotto l’urto dei carri, dell’artiglieria e dell’aviazione il fronte difensivo si spezzetta un piccole isole di resistenza limitate a una strada, a un gruppo di case, a una scuola, a un grande magazzino, all’ala di una fabbrica.
L’esempio più tragico è rappresentato certamente dalla collina di Mamaj, il cosiddetto “Mamaiev Kurgan”, di 102 metri, nel rione
“Dzerzhinski” di fronte al pontile centrale: a sorti alterne, per tutto il tempo della lotta a Stalingrado, l’altura passa dalle mani russe a quelle tedesche.
La prima battaglia in forze comincia nell’alba piovosa del 22 settembre. La 76 divisione di fanteria tedesca, appoggiata da 100 carri, avanza lungo la via Moskovskaia, che scende dolcemente dalle colline al fiume, penetra nella “balka” di Dolghi, si impadronisce della piazza IX Gennaio: il fiume è ad appena 200 metri. Altri reparti occupano le vie Kurskaia e Kievskaia, raggiungono la valletta dello Zaritza (il fiume che attraversa Stalingrado e che, un tempo, aveva imposto il nome alla città), occupano il pontile centrale e distruggono il traghetto.
La battaglia si conclude a netto favore dei tedeschi che, al 1° ottobre, sono ormai padroni della maggior parte della Stalingrado centrale, del quartiere degli affari, dei quartieri “Barricate” e “Fabbrica di Trattori” e di una delle due stazioni ferroviarie, Stalingrado-I.
Delle cinque battaglie la più aspra è quella del 14 ottobre quando, durante nove giorni, Paulus rivolge le sue forze contro i tre complessi industriali “ Barricate”, “Fabbrica di Trattori“ ed ”Ottobre Rosso” che sorgono uno accanto all’altro in riva al Volga e danno il nome ai rispettivi quartieri.
Su un fronte di cinque chilometri i tedeschi impiegano tre divisioni di fanteria e due corazzate, conquistano la fabbrica dei trattori e dividono le forze di Ciujkov. L’attacco di Paulus perde mordente proprio nel momento in cui i sovietici, arretrando passo passo, sono stati risospinti a 50 metri dal fiume.
Riusciti a resistere per il primo mese di assedio in mezzo alle macerie, i russi scoprono che il loro vantaggio viene proprio dal combattimento ravvicinato, dove la terra di nessuno non supera mai il lancio di una bomba a mano: prima di tutto perché in questo genere di lotta sono più esperti, sia per l’impiego di armi bianche, sia infine per la libertà di scelta dell’ora; in secondo luogo perché rende immuni, o quasi, le loro prime linee dagli attacchi aerei tedeschi. Ma è soprattutto col sistema degli edifici trasformati in capisaldi, come la “casa di Pavlov”, che i sovietici riescono sempre a contenere l’urto delle preponderanti forze nemiche.
Sull’altra sponda del fiume c’è Zhukov. Con la stessa freddezza con cui, l’anno prima, aveva rifiutato di impegnare la riserva siberiana finché la battaglia di Mosca non fosse stata decisa, ora a Stalingrado limita al minimo indispensabile l’invio di rinforzi. E’ un calcolo di stratega ma l’OKW lo interpreta come la prova che i sovietici sono allo stremo e la conquista a portata di mano.
In realtà, nel massimo segreto Zhukov sta preparando la controffensiva: a Povorino e a Saratov, nelle steppe della riva sinistra del Volga, va raccogliendo 27 nuove divisioni di fanteria e 17 brigate corazzate.
Anche Paulus è convinto che, per i russi, non ci sia più scampo. Il generale Friedrich Wilhelm Ernst Paulus (foto di Paulus) ritiene, per calcolo o per convinzione, che Stalingrado sia la chiave di volta dell’intero sistema difensivo sovietico.
Il novembre 1942 comincia col freddo, nuvole basse, brevi tormente di neve, il termometro a –20°. Il 6 compaiono sul Volga i primi ghiacci, dal 20 il fiume non sarà più navigabile e il 16 dicembre gelerà.
L’11 novembre i tedeschi lanciano su Stalingrado un attacco massiccio, con cinque divisioni appoggiate da 150 carri e da reparti speciali di assaltatori fatti arrivare in aereo dalla Germania. E’ uno sforzo concentrato, per ricacciare di un colpo solo i difensori nel fiume. Ma i sovietici si sono ben trincerati, i “Panzer” tedeschi, fatti per gli spazi aperti e manovrabili, avanzano con estrema difficoltà fra i cumuli di macerie e sono vulnerabilissimi. I russi li lasciano passare e tagliano fuori la fanteria attaccandola separatamente e sconvolgendo così l’ordine di battaglia nemico.
Tuttavia i tedeschi, per la quinta volta, sfondano il perimetro della testa di ponte, spezzano ancora in due tronconi le forze di Ciujkov e arrivano al Volga su un fronte di 500 metri. Con un altissimo tributo di sangue (dei 264 uomini del 118° reggimento della Guardia, dopo quattro ore di combattimento, rimangono appena sei superstiti) i sovietici arginano l’offensiva e dopo tre giorni di lotta i tedeschi devono constatare che, pur avendo acquistato altro terreno, non sono riusciti ad annientare la fitta rete di ridotte e fortini fra la collina “Mamaj” e le officine “Ottobre Rosso”.
Poco dopo l’alba di giovedì 19 novembre, fra le 6 e le 7, l’ora più silenziosa della giornata, i soldati russi accucciati nelle trincee sono destati all’improvviso da un sordo rombo che proviene da sud e da nord. Con una perfetta scelta di tempo, cioè nel periodo fra i primi geli che induriscono il suolo e consentono rapidità di movimenti e le prime grosse nevicate che invece bloccano ogni possibilità di manovra, i gruppi di armate di Rokossovskij, Vatutin ed Eremenko si sono messe in moto per chiudere la tenaglia sul Volga. Rokossovskij e Vatutin, dal Don travolgono i romeni; Eremenko avanza da Sud di Stalingrado.
Dal 19 al 23 novembre, così, la controffensiva russa sbaraglia 15 divisioni tedesche, di cui tre corazzate, fa 60.000 prigionieri e le sue punte più avanzate, estremità della tenaglia, allo scadere del quinto giorno si incontrano a 65 km a ovest di Stalingrado, a Kalac . Il compasso si chiude: salda attorno ai tedeschi un anello che va dai 35 ai 60 km, trasforma gli assedianti in assediati e imprime una svolta decisiva alla seconda guerra mondiale. Paulus, che è nelle vicinanze di Kalac e sfugge per caso alla cattura, rientra nella sacca ed apprende che il fianco sud è scoperto, che non ci sono riserve, che manca il carburante e che i viveri bastano appena per sei giorni. Il Fuhrer decide di portare diretto soccorso all’armata prigioniera e incarica von Manstein di spezzare l’accerchiamento russo servendosi della 4 armata corazzata di Hoth, della 3 e della 4 romene. Il 12 dicembre, da sud-ovest, Manstein lancia l’offensiva su un fronte di 100 km tra Tsimla e Kotelnikovski, a cavallo delle ferrovie che da Krasnodar e Vorosilovgrad vanno a Stalingrado. Il cuneo d Hoth penetra fino all’Aksai e il 13 attraversa il fiume, il 19 raggiunge la Mischkova in mezzo ad una tremenda tempesta di neve e il 21 è a Verkhene-Kumskaia: 130 dei 180 chilometri che lo separano dagli assediati sono stati coperti e di notte può vedere nel cielo i bagliori della contraerea di Stalingrado.
L’offensiva, però, finisce qui. Il 16 dicembre, a monte del Don, un’armata sovietica ha investito le linee tenute dagli italiani aprendovi una falla profonda 50 km mentre nel Caucaso i russi si sono mossi, minacciosamente verso Rostov. Ancora un passo e anche Manstein rischia di cadere in una gigantesca trappola. Hoth si vede costretto a sospendere l’avanzata su Stalingrado per inviare una delle sue tre divisioni corazzate in aiuto al fronte del Don e Hitler è obbligato ad ordinare la ritirata nel Caucaso, pena la perdita di un milione di uomini. La 6 Armata è condannata; comincia la sua agonia, durerà 76 giorni.
Divenuti a loro volta assediati i tedeschi ripetono il modello russo della resistenza ad oltranza: capisaldi nelle case, fabbriche contese palmo a palmo, battaglie accanite per una strada, una piazza od una altura, come la collina Mamaj, la “Collina della Morte”. La lotta, aggravata dalla prostrazione fisica e morale, è resa quasi insostenibile dall’inverno russo: a metà dicembre il sole cala poco dopo mezzogiorno, fra le 14 e le 15 è notte completa.
Il Capodanno 1943 porta un freddo micidiale (-40°) e la riduzione della razione di pane da 200 a 100 grammi. Tifo, pidocchi e dissenteria mietono vittime: i malati incapaci a muoversi sono 80.000, soltanto la metà potrà essere evacuata.
Nell’ultima settimana di gennaio i sovietici occupano l’unico aeroporto rimasto ai tedeschi, quello di Gumrak. Il comando decide di abbandonare i 50.000 feriti ricoverati nei sotterranei delle due stazioni ferroviarie, nei ‘silos’ dei cereali, negli scantinati del teatro e nella ex sede del comando di presidio. I morti, per il terreno gelato e durissimo, non vengono più seppelliti, né i loro nomi registrati. Dodici ore dopo, uno spaventoso bombardamento dell’artiglieria russa si abbatte sul centro di Stalingrado, nella zona dell’ “Univermag”, i magazzini generali, nelle cui cantine si trova il comando di Paulus. Alle 5,45 del mattino seguente, il 1° febbraio, la radio dell’Armata trasmette “I russi sono davanti al bunker. Distruggiamo la nostra stazione”. Poi un ufficiale tedesco esce dall’ “Univermag” agitando una bandiera bianca e fa un cenno verso l’altra parte della strada, dove sono appostati i sovietici.
La resa è accettata. Ma fra le macerie fumanti c’è ancora chi non si è arreso: sono gli uomini del generale Strecker, che costituiscono gli ultimi nuclei di resistenza all’interno della sacca nord di Stalingrado. Nonostante si sia reso perfettamente conto della tragicità della situazione, Strecker, che in un primo momento ha tentato di resistere agli ordini superiori che imponevano un inutile massacro, si è lasciato convincere dalle direttive provenienti da Berlino: che ogni sua ora di resistenza avrebbe permesso la creazione di un nuovo fronte di difesa. Quando però vede che le sue linee vengono travolte dalla fanteria russa, dà anche lui l’ordine di cessare il fuoco.
Nella mattina del giorno 2 febbraio 1943 tutto tace definitivamente.
Dei 320.000 tedeschi di Stalingrado, 140.000 sono morti per ferite ricevute in combattimento, fame, freddo, malattie, 20.000 dispersi, 70.000 feriti ed evacuati prima e dopo la sacca. I superstiti 90.000 lasciano in mano ai russi 750 aerei, 1550 carri armati, 480 autoblindo, 800 cannoni e mortai, 60.000 autocarri e 235 depositi di munizioni e partono per i campi di prigionia della Siberia. Fra loro vi sono 2500 ufficiali, 23 generali ed un feldmaresciallo: torneranno in soli 5000, meno del 2 per cento.
Alle 14.46 del 2 febbraio un aereo tedesco da ricognizione sorvola a grande altezza la città e trasmette questo messaggio: “A Stalingrado, nessun segno di combattimento”.