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Vita piatta – Claudio De Angelis

-[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]VITA PIATTA [/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: Claudio De Angelis[/font][/color][/size][/b][/i]


La pittura di un soldatino piatto si avvicina, almeno nell'impostazione iniziale, a quella di un quadro figurativo: immaginiamo, dopo aver scelto il soggetto (e ce ne sono a milioni), di definire una direzione privilegiata dalla quale far provenire la luce; per esempio da sinistra in alto, da destra in basso...

[b]- fig. Dos de Mayo (autore Nicola Di Maio)[/b]
Nella valutazione della fonte di illuminazione facciamo attenzione a non porre in controluce il figurino che apparirebbe in ombra o esposizioni troppo frontali che tolgono il gusto di rendere la profondità con gli effetti pittorici. Un altro elemento da tener presente è che alcuni piatti sono di dimensioni piuttosto ridotte (oltre il classico 33 mm esistono anche i minuscoli 18 mm), quindi la luce deve aiutare a mettere in evidenza le peculiarità del soggetto prescelto: per esempio un cavaliere in armatura “gotica” giocherà molto sul contrasto tra cavallo scuro e riflessi chiari dell’acciaio.
Per quanto riguarda i colori, i maestri stranieri quali Di Franco e Franzoia, consigliano l’utilizzo degli oli, ma in questo campo le preferenze di ciascuno valgono più di qualsiasi suggerimento. Personalmente ho realizzato figurini piatti con colori ad acqua e ad olio. I primi presentavano tempi di essiccazione più brevi, quindi per ottenere una buona sfumatura bisogna aver raggiunto una certa rapidità di movimento del pennello per utilizzare il colore mentre è ancora fluido; comunque per cominciare, gli acrilici o le tempere sono ottimi poiché consentono una precisione notevole e l’esecuzione più spedita, favorendo la realizzazione un maggior numero di modelli, aiuta a far pratica.
Ciò che dirò in seguito vale soprattutto per i colori ad olio, con i quali si ottengono, ma è un giudizio personale, dei risultati più soddisfacenti.
Prima di trattare però l’argomento, un ultimo accenno lo meritano i pennelli: mi sono trovato molto bene con quelli tondi a pelo lungo, naturale e con un’ottima punta, poiché questi trattengono una maggior quantità di diluente (acqua, trementina o altro) e aiutano nello sfumare il colore fresco sul fondo fresco. Alcuni pennelli sintetici, sempre a pelo lungo, sono utili per “filettare” il figurino poiché presentano, a causa del processo di fabbricazione, alcuni peli discretamente più lunghi degli altri e che tendono con l’uso ad incurvarsi.
Questi pennelli, come già detto, sono ottimi per seguire i contorni del modellino, a patto di ricorrere sempre a poco colore. Uno dei punti fondamentali della pittura di un piatto sta proprio qui! Soprattutto per le scale più piccole è meglio stendere il colore poco per volta dopo aver preventivamente ottenuto la tinta desiderata mescolando i colori sulla tavolozza o su di un piatto di carta. Non facciamoci prendere dalla voglia di lumeggiare direttamente con il bianco sulla tinta di fondo fresca… ma su questo punto tornerò tra poco.
Dopo aver steso il primer sul figurino, facendo attenzione a non coprire i dettagli (che in generale su questo tipo di soldatini sono numerosissimi) stendo i colori di fondo, quasi sempre una tonalità media, direttamente con gli oli, Naturalmente ciò aumenta i tempi di lavorazione, ma ritengo che faciliti la fase di sfumatura (assorbe meglio) e previene il verificarsi di strani effetti di essiccazione sul soldatino che può risultare a tratti opaco e semilucido. Il fondo a olio gode di un’altra peculiarità non indifferente, infatti resiste piuttosto bene alle manipolazioni e alle nostre ditate.
Alcune tinte risultano scarsamente coprenti (i gialli…AARGHH!!!); in questo caso non sono sufficienti più stesure date in maniera fluida per ottenere un buon fondo; perciò si può ricorrere o a colori ad acqua o applicare, invece di una tinta media, una più chiara (per effetto finale più brillante che consiglio) o una leggermente più scura (e l’effetto sarà logicamente più cupo), aggiungendo al colore base ora del bianco ora del bruno. Su questo fondo si stenderanno poi una o due velature della tinta media.
Per il bianco ricorro, come base, ad una mescola di blu di Prussia (o oltremare) più terreno d’ombra bruciata più bianco (7/8 parti di bianco rispetto alla tinta blu più marrone); variando le rispettive percentuali di blu e marrone si ottengono via via fondi “caldi” o “freddi”. Per i blu così come per i verdi, soprattutto per smorzarne l’effetto finale elettrico e renderli più coprenti, basta aggiungervi una punta di rosso di cadmio scuro o di terreno d’ombra naturale o bruciata. Un’ulteriore indicazione riguarda i colori metallici che nel soldatino piatto, come in un quadro, sono simulati. Tutti gli effetti luminosi, i riflessi, le ombre,… ecc sono ottenuti con tinte non metalliche, e ricorrendo a forti contrasti luce-ombre.
Per la resa dell’acciaio ricorro ad una mescola in parti quasi uguali di blu oltremare francese più terreno d’ombra bruciata più bianco, schiarita poi fino al bianco puro e scurito con grigio di Payne o bruno VanDick (o tutti e due); per l’oro, un fondo di ocra gialla (o giallo di Marte) più giallo di Napoli (poco) da sfumare con bianco più giallo di Napoli e per gli scuri aggiungendo terra d’ombra bruciata (o terra di Siena bruciata); per l’argento i consigli stanno a zero, non sono soddisfatto dei risultati io per primo… di solito stendo una base di grigio di Payne più bianco più bruno VanDick (in modesta quantità).
Dopo aver steso l’ultima mano della tinta di fondo (per il 99% degli oli sono necessarie almeno due passate), rigorosamente quando quella sottostante é asciutta, passo direttamente alla sfumatura. Il colore base eventualmente avanzato, ed é meglio che avanzi se non é reperibile in commercio, lo conservo in un recipiente coprendolo d’acqua, espediente che consente di mantenerlo abbastanza fresco anche per un mese a patto di rabboccare le eventuali quantità evaporate.
Parto generalmente scurendo la base sulla tavolozza ed applicandola nei punti che, per la scelta iniziale della fonte luminosa, ritengo sia meno in luce quindi nell’interno delle pieghe e nelle zone oscurate. Analogamente procedo schiarendo; l’importante é fondere le tonalità più chiare e più scure con il fondo fresco, ricorrendo se si vuole ad un pennello asciutto e pulito; nella scelta di quest’ultimo bisogna tenere conto di almeno due fattori:
1 – il pennello deve essere dimensionato con il lavoro di “spennellatura” da eseguire, i pennelli di pelo naturale essendo morbidi sono i più adatti;
2 – a seconda dei movimenti compiuti si riuscirà a far prevalere il chiaro sulla tinta media o viceversa (e ciò vale anche per le zone in ombra).
Nel compiere quest’operazione é meglio evitare di “coprire” completamente il colore medio, vanificando così la presenza del fondo; utilizziamo quindi poco colore da applicare seguendo la forma delle pieghe: consiglio, per aumentare l’effetto di “rotondità” di applicare i toni chiari e scuri non tutti rispettivamente sopra e dentro le pieghe. In generale ed in base alla direzione prescelta per la luce é meglio “appoggiarli” ad un lato.
Dopo questa prima serie di sfumature proseguo nello schiarire, aggiungendo progressivamente più bianco (o bianco sporco = bianco più terreno d’ombra naturale oppure bianco più ocra gialla, il tutto per evitare effetti troppo gessosi); alle volte attendo che il pigmento si asciughi un po’, soprattutto con i gialli e verdi, l’importante è aver conservato il colore di fondo per poterlo riutilizzare in qualsiasi momento. In ogni caso la mano finale dei toni scuri sarà applicata con le filettature e la stesura delle ombre proprie, argomento di cui parlerò nella seconda parte di questo articolo.
Naturalmente maggiori sono le dimensioni del figurino e maggiori saranno gli effetti plastici che si raggiungono con questo sistema (molto adatto per le vesti). Per i formati più piccoli, ma anche per la resa di araldiche, delle rughe di un volto, per gli effetti metallici,…,si può ricorrere efficacemente alla tecnica illusoria del trompe-l’oeil.
Questo termine indica l’accostamento tra un tono chiaro ed uno non troppo scuro (ma anche tra uno scuro ed uno non troppo chiaro), con nessuna o quasi tonalità intermedia, che simula la terza dimensione.
Prima di dare l’ultimo colpo di luce al colore che sto lavorando, prendo una tregua e comincio a sfumare le altre zone del figurino; che solitamente per naturale essiccamento tendono ad abbassarsi di tono, scurendosi, e che quindi andranno in seguito schiarite ulteriormente. Dopo una pittura generale si può facilmente scegliere quali punti del figurino meritano un ulteriore colpo di luce che li metta in risalto.

Le ultime “pennellate” al nostro soldatino piatto sono naturalmente facoltative ed in ogni caso é sempre meglio non abusarne; mi riferisco alle filettature e alle ombre portate cui ho già accennato nella prima parte dell’articolo.
Le filettature sono utili soprattutto per le scale più piccole, in cui le ombre portate potrebbero risultare di dimensioni ridicole; queste ultime però sono l’elemento che forse distingue meglio la pittura di un piatto da quella di qualsiasi altro modellino.
Ambedue tendo ad applicarle a pittura asciutta, poiché, qualora l’effetto non sia di mio gradimento, posso benissimo “lavarle” via con un po’ di diluente, senza lasciare alcun segno del loro passaggio sul figurino. Infatti, se per filettare é sufficiente seguire il dettaglio della scultura, per le ombre portate il lavoro é piuttosto complesso e le prime volte può richiedere diversi ritocchi. La cosa più difficile da definire é il contorno dell’ombra che un oggetto proietta su di un altro, soprattutto se si tratta di figure non geometriche come per esempio il fodero di una spada sulle pieghe di un paio di pantaloni. Per fare l’occhio alla forma di queste ombre posso solo consigliare di osservare attentamente quadri, fotografie e che ….melius est deficere quam abundare!
Le ombre portate non si estendono là dove si hanno ombre proprie di tono più scuro, poiché dal punto di vista teorico la luce non può raggiungere quelle zone. Per tenere in considerazione questo fenomeno ricorro normalmente a due espedienti: il primo é quello di stemperare le ombre portate in quelle proprie diluendo sempre più drasticamente nel limitare l’uso di tali ombre alle parti che devono apparire più in primo piano (e che naturalmente proiettino un’ombra sul resto del figurino).
Per le ombre portate, così come per le filettature, sono solito applicare una mescola di blu oltremare (o blu di Prussia) più terreno d’ombra bruciata (o bruno VanDick) che stendo in maniera piuttosto fluida, ragione in più perché il colore sottostante risulti asciutto. Si tratta di una vera e propria velatura che lasciando intravedere le tinte sottostanti conferisce una notevole profondità al soldatino. Per ottenere un buon grado di diluizione si possono fare alcune prove su un foglio di carta; i pennelli a pelo lungo e con un’ottima punta sono i miei preferiti,…ma questo dipende tutto da scelte personalissime.
In ogni caso la plasticità del pezzo aumenta notevolmente, basta soltanto un pò di pratica. Per ottenere un effetto ancora migliore, si può ricorrere ad un’ulteriore espediente, adatto soprattutto per medie e grandi scale, cioè applico delle sfumature intermedie ai margini della scultura. Sostanzialmente faccio in modo, pur se il bordo del soldatino è in teoria completamente in luce ( o in ombra), di non applicarvi un tono molto chiaro o molto scuro.
Quest’operazione valorizza le aree portate in luce, soprattutto se il soldatino viene poi montato su uno sfondo scuro (cartoncino, velluto, legno dipinto…); l’importante è che tale sfumatura sia delicata nei toni.
Come ultimo argomento da trattare ho scelto il “restauro” (ma ciò che dico é utile anche per piccole trasformazioni) del figurino piatto. Diverse volte sono incappato in soldatini in cui la lega non aveva raggiunto perfettamente tutti i recessi dello stampo, cosa che succede di frequente nei 33 mm anche di ottima marca.
Per queste operazioni microchirurgiche utilizzo del colore ad olio piuttosto denso e coprente (bianco, giallo di Marte, ecc…) mescolato con l’essiccante LIQUIN della W&N e talvolta con un pizzico di borotalco. In funzione dell’entità del danno può essere necessario applicare più mani di quest’intruglio, ma il bello sta nel poter far tutto con i pennelli che di solito si usano per dipingere e che però vanno puliti molto bene. Questo stucco gode di pregi e difetti: da un lato, una volta applicato, si può correggere e rimuovere con il diluente e quando completamente asciutto (3 giorni) si lascia carteggiare delicatamente; dall’altro lato però richiede un lavoro lungo, paziente ed inoltre presenta un sensibile ritiro soprattutto se steso in grande quantità.
Se ho bisogno di una stuccatura molto rapida ricorro al vinavil, che è comunque soggetto a ritiro e distrugge le setole dei pennelli.
Per i soldatini di dimensioni maggiori faccio uso dei classici stucchi reperibili in commercio (Milliput, A+B, Duro) modellati il più possibile a fresco e lisciati con le sgorbie ad essiccazione avvenuta. le paste scultoree presentano delle caratteristiche di lavorabilità migliori dopo che si sono “raffreddate” per 1-2 ore, volendo, per i più impazienti, si possono anche riporre in congelatore per un tempo leggermente inferiore.
Questo espediente fa perdere alla stucco il “vizio” di appiccicarsi più facilmente a dita e attrezzi che alla superficie del soldatino.
In questa maniera la pasta si lascia tirare, piegare, pigiare ecc.. senza ricorrere a grosse quantità di acqua o borotalco.