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Pirati, III parte – A. de Lellis

IL JOLLY ROGER
Anche in questo caso, diverse scuole di pensiero, si dibattono sull’esatta provenienza di questo termine con il quale si indica la bandiera pirata. L’ipotesi più accreditata è quella che questo termine derivi dal francese “jolie rouge”, cioè “grazioso rosso”, per il fatto che comunemente, nella segnaletica navale adottata per comunicare tra nave e nave, la bandiera rossa, o ancor meglio la “fiamma” rossa, che era la bandiera di forma triangolare, molto lunga, inalberata sulla fine dell’albero, per intenderci appena sotto la formaggetta, significava sangue, o lotta all’ultimo sangue, dar battaglia per intenderci.
Un’altra scuola di pensiero invece, farebbe risalire il significato di questa parola al fatto che “roger” era identificato con la parola vagabondo, e “old roger” fosse il termine coniato per chiamare il diavolo, (il vecchio vagabondo).
Così come pare che questo termine derivi dalla simbologia delle bandiere per comunicazione tra nave e nave, anche il “contenuto” del jolly roger, deriverebbe da altrettanta simbologia, infatti la bandiera nera, o nera con teschio e femori incrociati, sarebbe stata inizialmente
adottata, per comunicare un decesso avvenuto a bordo, per poi prendere il significato datogli dai pirati di “siete morti”, o meglio “questa è la sorte che vi aspetta”.
Effettivamente l’uso del “jolly roger”, era strettamente intimidatorio,e molte volte, poteva risolvere una sanguinosa battaglia ancora prima di cominciare, con una resa frettolosa della vittima dei pirati di turno.
Nel momento di maggiore attività della pirateria, cioè vero la prima metà del 1700, i numerosi pirati in attività, oltre che aver reso famosa questa bandiera, iniziarono anche a personalizzarla, con diverse varianti che se pur diverse, racchiudevano tutte lo stesso significato.
Rackman, detto Calico Jack, utilizzava ad esempio il teschio con le sciabole incrociate, Edward England, il classico teschio con femori incrociati, altri ancora raffiguravano la morte stessa, magari armata che trafiggeva un cuore, ed ancora c’è chi utilizzava nella bandiera clessidre per indicare lo scorrere del tempo, il tempo prima di morire per mano dei pirati. Quindi, diverse bandiere, per diversi pirati, ma tutte con l’unico scopo di suggerire alle vittime, che la resa era la strada più breve, verso la possibilità di sopravvivenza, mentre la resistenza, significava andare direttamente incontro, alla morte raffigurata nella bandiera dei pirati.

LA NAVE PIRATA
E’ credenza comune, molte volte dovuta al fatto di stravaganti pellicole su eroi della pirateria, che i pirati fossero imbarcati su invincibili navi ben armate e di notevole stazza, che con enorme dispiegamento di vele, viaggiassero verso l’ignoto; niente di più inesatto.
La nave utilizzata in pirateria era di tutti e di nessun tipo, era quella che capitava a tiro, che si riusciva a conquistare, solitamente adibita a mercantile armato, ma sicuramente sempre diversa e con delle caratteristiche ben precise.
Molti pirati hanno dato inizio alla loro carriera, utilizzando un semplice “guscio” da pesca, mal concio con il quale, assieme ad un pugno di coraggiosi, sono riusciti ad abbordare, con l’aiuto delle tenebre, qualche nave ben armata, senza quasi sparare un colpo. Era uso comune tra i pirati, cambiare nave ogni qualvolta se ne presentasse l’occasione, dopo un arrembaggio se la nave conquistata possedeva i requisiti necessari ai pirati, se era in condizioni migliori della vecchia, poteva essere adottata come nuova nave pirata, trasbordando tutto il necessario, come cordame vele, polvere, munizioni cibo, ecc… e rivendendo,o incendiando, o mandando a picco la vecchia. Quindi si passava di nave in nave, per avere un mezzo “fresco”, o recuperando perlomeno ciò che poteva essere utile alla navigazione e di facile usura, come il cordame e il velame, e solitamente ciò che rimaneva invariato era il nome, che passava di nave in nave. Spesso il nuovo mezzo veniva modificato per l’uso piratesco, abbattendo murate o aprendo altri portelli alla meglio, per aumentare la potenza di fuco. Quest’abitudine di cambiare nave, era dovuta principalmente al fatto che, dopo uno scontro, molte volte la nave subiva svariati danni sopratutto alle attrezzature (manovre), oltre ciò essendo quasi sempre ricercati nei principali porti, era praticamente impossibile trovare un posto dove ripulire lo scafo dalla vegetativa (alghe, molluschi,e piccole conchiglie) che costantemente cresceva sopratutto in acque calde, sulla superficie della parte immersa dello scafo, rallentando e appesantendo lo stesso, con il rischio di far marcire il legname dello stesso. Spiaggiare per ripulire lo scafo, per poi calatafare, si faceva, ma era un’operazione sicuramente lunga e laboriosa, e sopratutto esponeva l’equipaggio pirata al rischio di essere facilmente acciuffati.
Ma qual’era la nave tipo utilizzata in pirateria allora, e quali caratteristiche doveva possedere? Piccola, (o almeno bassa di bordo, per essere meno visibile da distanza) agile in manovra e molto veloce. Queste erano le principali caratteristiche richieste per così dire, che possedevano all’inizio del XVII° sec. Molti schooner e sopratutto molto sloop. Queste infatti erano le imbarcazioni più in voga tra le fila della pirateria, perché molto veloci e maneggevoli, con poco pescaggio, che gli permetteva di navigare su fondali bassi o nascondersi facilmente su fiumi, e di bordo basso per dare meno nell’occhio dalla lunga distanza, con la possibilità di modificare il bordo stesso, aggiungendo dei pezzi di piccolo calibro. Oltretutto in quel periodo, queste tipologie di imbarcazioni erano molto facili da trovare in quanto il trasporto mercantile lungo le coste e non si basava essenzialmente su questi piccoli e slanciati bastimenti.
A parte grandi eccezioni, come nel caso della filibusta e dei bucanieri, dove per assaltare le colonie venivano ingaggiate vere e proprie flotte di grandi navi, con centinaia di uomini, (come nel caso di Henry Morgan e L’Olonese), o di piccole eccezioni come di Edward Teach, che all’apice della sua carriera navigava con tre navi, un mercantile ben armato e di buona stazza e due sloop, o nel caso del leggendario Whydah, del pirata Sam Bellamy, naufragato a Cape Code che altro non era che una nave negriera, generalmente queste erano le principali categorie di imbarcazioni utilizzate dalla pirateria, con caratteristiche non diverse dai quei capolavori di ingegneria navale che erano gli sciabecchi dei pirati barbareschi e algerini, o per tornare ancora più indietro nella storia, caratteristiche simili rintracciabili drakkar vichinghi.

ORGANIZZAZIONE E COMBATTIMENTO
Le comunità di pirati, tra loro ed all’interno dei singoli equipaggi, costituivano una vera e propria società, con proprie regole, semplici ed efficaci, e spesso come accadeva tra la “gente di mare”, con un proprio linguaggio, tutto orientato, alla loro attività sul mare e con il mare.
Come ho già detto, queste comunità e solidamente fondate su una promiscuità di razze e di provenienze da svariati paesi del vecchio continente, dove l’obbiettivo comune diventava l’arricchimento a spese delle grandi potenze navali, nel tentativo di raggiungere uno status migliore rispetto alla dura vita del marinaio.
Nel momento dell’imbarco, veniva stipulato un vero proprio ingaggio scritto, dove erano solitamente riepilogate le principali regole da rispettare riguardanti diversi aspetti della vita di bordo e della spartizione degli introiti dell’attività piratesca. Molte volte i pirati sceglievano un “compagno” il quale in caso di morte dell’uno o dell’altro, aveva il compito di conservare gli averi del pirata, per poterli restituire ai famigliari. Nell’ingaggio di un pirata, vi erano anche una serie di “risarcimenti”, che andavano ad accrescere la propria parte di bottino, riguardanti ferite conseguite durante gli scontri, come perdite di arti, o di occhi, e più grave era la menomazione più alto era il “risarcimento” spettante che andava ad aggiungersi alla propria parte.
Tutta la vita di bordo era regolata da votazioni. Ogni decisione che riguardasse l’equipaggio, veniva messa ai voti, ed in queste attività, rivestiva una grande importanza la figura del Quartiermastro, che praticamente ricopriva la figura di “secondo” di bordo, dopo il comandante, ma in realtà fungeva da rappresentante dell’equipaggio nei confronti del comandante, nelle votazioni, nella spartizione del bottino, nella salvaguardia della disciplina ecc…, quindi una figura di grande autorevolezza e importanza, anch’esso eletto dall’equipaggio come il comandante, che però anche se comandante di nave pirata, aveva totale autonomia decisionale, e direi potere di vita e di morte solo durante il combattimento. Anche il comandante solitamente era eletto con l’approvazione dell’intero equipaggio ed il fatto di dare questo potere elettivo nelle mani dei marinai, con un’ulteriore organo di controllo e rappresentativo dell’equipaggio, nella persona del quartiermastro, si scontrava nettamente con quello che succedeva nella marina mercantile e militare, dove i comandanti era spesso oggetto di ingiustizie e soprusi nei confronti dell’equipaggio, rendendo loro la vita di bordo un inferno. Ecco quello che potrebbe essere uno spaccato di quello che avremmo trovato su di un contratto di ingaggio a bordo di una nave pirata:

1. Ogni uomo dell’equipaggio ha diritto di voto
2. Ogni uomo ha diritto alla propria razione di cibo e di rum in parti eguali
3. E’ vietato il gioco d’azzardo a bordo (fonte di pericolosi duelli)
4. Le lampade devono essere spente all’alba
5. Le proprie armi devono essere sempre pronte all’uso pulite ed affilate
6. Non sono ammesse donne a bordo (porta male e crea disordine)
7. La diserzione in battaglia è punita con l’impiccagione o l’abbandono sulla prima isola, con una razione d’acqua e una pistola carica.

Da equipaggio a equipaggio le regole venivano leggermente cambiate, ma fondamentalmente le più importanti erano comuni a tutti.
Per quanto concerne le tecniche di combattimento adottate dai pirati, come abbiamo visto sopra erano fondamentalmente basate su una guerra psicologica che consisteva nel terrorizzare il nemico, sull’astuzia, e sull’agilità della nave e la bravura del suo equipaggio.
Al contrario di quanto comunemente si crede, tutte le navi viaggiavano senza bandiere, data la fragilità della stoffa con le quali erano confezionate, ed il logorio alle quali erano sottoposte dal vento e delle intemperie. Le bandiere erano inalberate solo nel momento in cui si incrociava un’altra nave per farsi riconoscere o entrando nei porti. Questo gioco delle bandiere andava spesso a favore della pirateria in quanto sempre ben forniti di una scorta di bandiere di varie nazionalità permetteva loro di eludere un nemico troppo potente o avvicinarsi il più possibile alla vittima, senza destare sospetti, innalzando gli stessi colori dell’altra nave, per poi all’ultimo scoprire le carte con il Jolly Roger e le “fiamme“di colore rosso. Quando questo avveniva, i pirati erano ormai troppo vicini, per una fuga o un cannoneggiamento. Altra fonte di terrore era la “vanteria” un specie di cantilena che ripeteva “morte…morte”, accompagnata dal battito ipnotico sulle murate della nave, di sciabole, caviglie, calci di pistole e fucili e quant’altro o altre volte un misto di urla spaventose, bestemmie e orribili minacce che pietrificavano gli assaliti rendendo lo scontro già vinto per metà. Vale la pena aprire una piccola parentesi sulla figura di Edward Teach, che aveva circondato al propria figura di un alone di terrore, attraverso la lunga barba nera legata con fiocchi rossi, la folta chioma, e sopratutto le micce accese nascoste nella barba e nei capelli, che gli conferivano insieme all’imponente figura, un non so che di infernale, come lui stesso sosteneva. La tecnica nautica spesso utilizzata era molto semplice ed efficace. Sfruttando le caratteristiche citate delle loro imbarcazioni, si mettevano in scia alle navi più grandi e quindi più lente come capacità di manovra e nodi marini, mostrando alternativamente i fianchi al nemico per sparare bordate, senza però che il nemico riuscisse a manovrare per far fuoco. Tutta questa manovra veniva coadiuvata dall’utilizzo delle famigerate palle catenate, che con pochi colpi all’altezza degli alberi potevano infliggere gravi danni ad una nave, trascinando via le manovre in un crollo di corde vele e pennoni che rendevano in pochi attimi qualunque imbarcazione ingovernabile e quindi esposta all’abbordaggio. In sostituzione alle palle catenate, o assieme a queste non mancavano i colpi di mitraglia, che altro non erano, che un misto di chiodi, vetri palle di fucile e pistole e quant’altro, con il quale venivano caricati i pezzi al posto delle classiche palle. L’atto finale dello scontro consisteva nell’arrembaggio vero e proprio, attraverso l’accostamento delle navi servendosi di rampini, durante il quale un corpo a corpo sanguinoso accompagnato da urla e imprecazioni, si svolgeva con l’ausilio di sciabole d’arrembaggio, più corte e tozze delle classiche, per muoversi bene negli angusti spazi offerti da una nave, che infliggevano colpi mortali, spesso portati con potenza e disordine, a dispetto di tutte le regole della scherma in voga in quell’epoca. Il tutto era condito da colpi di arma da fuoco, pugnali, rampini, coltellacci, caviglie, remi e qualunque cosa potesse infliggere ferite mortali. Detto tutto questo è fondamentale sottolineare, che raramente un assalto di pirati, veniva preceduto da un lungo cannoneggiamento a distanza. I pirati evitavano del tutto questa fase della lotta,se possibile, per preservare la nave nemica che costituiva spesso il bottino, e in secondo luogo, perché solitamente muniti di pezzi di piccolo calibro, facilmente trasportabili durante i loro trasbordi. Tutto o quasi, si giocava sul terrore, e sul corpo a corpo, che in entrambi i casi costituivano la loro specialità, e li hanno resi famosi, tanto famosi che ancora oggi, siamo qui a parlarne, mentre con la fantasia ci pare di vedere la loro nave allontanarsi verso l’orizzonte.

FONTI:

Storia della Pirateria David Cordingly