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I Longobardi – M. Colombelli

-[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]I LONGOBARDI[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: M. Colombelli[/font][/color][/size][/b][/i]


L’Italia del VI secolo era oramai profondamente diversa dall’Italia dell’Impero Romano. Le incursioni dei barbari nei decenni precedenti e le guerre gotiche (535-553) avevano stremato la penisola italiana: le città erano dissanguate dagli assedi e dai saccheggi, la popolazione decimata dalle epidemie e dalle carestie, le infrastrutture, simbolo della grandezza e della prosperità dell’Impero Romano, distrutte o seriamente danneggiate.

Anche se la storiografia ha addolcito il quadro delle invasioni barbariche non descrivendole più come una calamità, va detto che quella fu comunque un’epoca difficile in cui soprattutto le popolazioni soffrirono i cambiamenti di regime, e anche senza considerare gli assedi, le guerre o i saccheggi, lo stanziamento dei barbari fu un evento molto duro.
I Longobardi attraversarono le Alpi nel 568 e occuparono prima l’Italia del Nord e poi dilagarono verso Sud percorrendo la dorsale appenninica, e rinunciando spesso ad attaccare gli insediamenti costieri occupati dai bizantini; qui trovarono un territorio stremato, spopolato e scarsamente difeso.
Nei primi anni del V secolo i loro rapporti con i bizantini erano stati ottimi combattendo come alleati per sconfiggere i reciproci nemici; molti furono i contingenti arruolati al fianco degli eserciti di Giustiniano, eserciti che erano sempre più numericamente esigui e minati da una cronica indisciplina degli ufficiali e dei soldati. I guerrieri longobardi erano invece ottimi soldati, ma rappresentavano anche un flagello per le popolazioni civili, bruciando le case, violentando le donne, seminando ovunque morte e distruzione. Con la morte di Giustiniano mutò la percezione dei bizantini nei loro confronti ed essi individuarono nell’Italia la possibile meta di una nuova migrazione. E se questa sia avvenuta su invito del generale bizantino Narsete o su chiamata dei Goti, o semplicemente perché attirati dalle ricchezze delle città italiane, dalle fertilità dei campi e soprattutto dalla debolezza politica e militare della penisola, poco importa in questo contesto.
Qui vogliamo descrivere l’organizzazione della gens longobarda e il loro impatto nella società romana italiana.
La struttura sociale dei Longobardi era molto diversa da quella di altre popolazioni di stirpe germanica che avevano attraversato l’Impero Romano. L’istituto principale era costituito dalla fara, un esteso gruppo familiare (diverso quindi dalla tribù), “un’associazione in marcia” di guerrieri, donne, gente senza armi, schiavi, e il cui compito non erano solo quello di combattere, ma anche quello di garantire all’interno la pace e un’organizzazione civile efficiente. Insomma la fara rappresentava una comunità di una società in movimento.
Ma a contatto con l’ambito civile romano, i Longobardi, svilupparono forme di vita e di stanziamento che, pur preservando l’antica tradizione, si adattavano alla nuova realtà ambientale. Le singole comunità si insediarono come truppe di combattimento e unità militari indipendenti, occupando gli importanti punti strategici e utilizzando soprattutto le strutture preesistenti: i castelli limitanei bizantini e goti, le città fortificate, le valli e i passi, i ponti e gli snodi stradali. I Longobardi estesero a poco a poco la loro presenza occupandoli uno a uno.
Questi castelli e queste case fortificate in pietra costituirono il primo centro nevralgico dello sfruttamento del territorio da parte dei longobardi. Tutto questo è ampiamente dimostrato dai numerosi scavi archeologici.
Visto che essi si sentivano innanzi tutto soldati, per il sostentamento, ogni fara divenne “ospite” di un certo numero di famiglie contadine (tributarii), che dovevano loro un terzo (tertia) del raccolto o fornire lavoro. Allo stesso modo requisirono un terzo delle terre o delle case per destinarle ai guerrieri. Stessa sorte toccò ai nobiles che non erano stati scacciati, uccisi o fuggiti. I longobardi che avevano abbandonato le impervie zone nord europee avevano mutato così il loro modo di vivere, da contadini foederati dell’Impero Romano, in conquistatori, costringendo le popolazioni sottomesse a lavorare le terre per loro conto. Le singole guarnigioni si divisero la terra e i contadini, che consideravano, in base alle leggi di conquista, come loro possedimenti. Da comandante militare, il dux, dopo che la fare si era saldamente insediata nella città o nel castello, divenne il signore del territorio che era controllabile da quel centro che si trasformava nel fulcro del potere sostituendo la civitas tardoantica. Questa nuova organizzazione e suddivisione del territorio non ricalcava più quella dei municipi romani ma si adeguava alle nuove esigenze militari e strategiche del momento. Era un mondo dove era molto più difficile di prima gestire i grandi commerci internazionali e spostarsi per lunghi tragitti, ma per il resto la società romana era la stessa: vi era sempre l’aristocrazia senatoria con i loro latifondi e gli schiavi e coloni che la coltivavano. E al nuovo potere essi si piegarono e fecero riferimento.
I Longobardi che alla fine del VI secolo (vedi foto a lato) conquistarono parte dell’Italia, provenivano dalle regioni pannoniche, molto differenti soprattutto per cultura. Come detto, essi si sostituirono ai possidenti romani, sulle cui terre si insediarono, impadronendosi dei palazzi cittadini dei nemici fuggiti o sconfitti, o occupando le guarnigioni dei castelli romani in quanto successori delle truppe bizantine, e diventando parte di un mondo che ereditava le infrastrutture dell’alta cultura romana. Il passaggio dalla conquista bellica all’esercizio continuativo del potere aveva portato questo fiero popolo a contatti sempre più serrati con l’ambiente romano-bizantino e a una importante modifica dei propri usi e costumi. Nei territori che confinavano con le regioni bizantine i Longobardi poterono osservare in maniera ravvicinata il funzionamento di questa civiltà altamente sviluppata e non ancora caduta. Con grande semplicità non si sostituirono ma si adeguarono a questo patrimonio culturale a loro non familiare, per poi appropriarsene. Questo adattamento si realizzò in quasi tutti gli ambiti in maniera più o meno profonda, gia pochi anni dopo l’ingresso in Italia. Cambiarono la lingua, le abitudini insediative, il modo di vestirsi, le acconciature delle capigliature. Mentre prima erano soliti tumulare i morti in tombe a schiera fuori dagli accampamenti, cominciarono a farsi seppellire vicino a chiese all’interno delle città, magari facendosi immortalare su lapidi con epitaffi o facendosi seppellire in sarcofagi di stile romano.
Ma nei primi anni, l’incontro tra queste due culture fu difficile poiché, nonostante i numerosi contatti, i Longobardi erano fra i popoli meno romanizzati e più impregnati di germanesimo dell’epoca. Anche costituendo una piccola minoranza, non nutrivano alcun timore reverenziale nei confronti dei romani che venivano trattati come un popolo vinto; per questo assumevano importanza tutte le forme simboliche attraverso le quali si esprimeva l’appartenenza etnica. Alla prevalenza numerica dei romani si univa anche la loro superiorità culturale e civilizzatrice, ancora molto forte, ma si contrapponeva l’assoluto predominio militare e politico dei conquistatori. Con il passare del tempo le barriere che dividevano le due comunità vennero a cadere, processo facilitato anche dall’adesione al cristianesimo dei Longobardi.
La penetrazione della lingua latina e il progressivo avvicinamento alle forme di vita dei romani, i contatti sempre più intensi, i matrimoni misti, fecero sì che i padri longobardi dessero sempre più nomi romanici ai loro figli e viceversa, anche se la nobilitas longobarda perseverò nella difesa delle tradizioni e dei costumi propri, ancora a lungo. Curiosamente assistiamo ad un assorbimento dei tratti biologici (fino al loro annullamento) da parte delle popolazioni residenti e, all’opposto, all’identificazione con l’etnia dominante da parte della popolazione sottomessa, che con il tempo smise di considerarsi “romana”.
La struttura sociale tra i longobardi, era molto semplice: vi erano tre classi, la prima delle quali era quella degli uomini dell’esercito, gli arimanni (dal germanico herr-mann), gli autentici rappresentanti del popolo longobardo, quelli che avevano il diritto di portare le armi, condizione che determinava lo status di uomo libero, e di conseguenza, l’accesso ai diritti giuridici e politici: infatti gli invalidi di qualsiasi genere ne erano privi. La seconda classe era costituita dagli aldi, semiliberi senza diritti giuridici, di solito prigionieri di guerra, che vivevano in una condizione simile al vassallaggio. L’ultima classe era quella dei servi, che considerati come oggetti, potevano essere venduti o scambiati.
Mano a mano che la conquista si stabilizzava, anche la struttura sociale tendeva a solidificarsi. Il persistente contatto con il mondo bizantino ne aveva modificato anche l’organizzazione militare.
I comandanti militari, duces, dalle città fortificate dove risiedevano e che avevano trasformato nei loro centri di potere, si diressero verso il centro sud Italia. I capi di queste vere e proprie bande di predoni subivano la costante pressione dei loro guerrieri interessati solo al saccheggio e al bottino.
Ma con il tempo, grazie anche all’opera del re Alboino, i comandanti, pur mantenendo la funzione militare, divennero gli amministratori dei territori occupati. Questi duces (duchi), nella gerarchia militare subito sotto il re, vennero messi a capo di ampi territori, dal quale ramificavano il loro potere, risiedendo in una città o in un castello. La struttura militare longobarda venne completamente trasferita nella gestione del territorio. Così il ducato venne diviso in sculdascie amministrate dai sculdahis, ufficiali superiori, e queste in decanie, amministrate da decani (probabilmente comandanti di unità minori a base decimale). La gerarchia militare si rifletteva così sul territorio. Talvolta veniva nominato anche un funzionario di espressione diretta del re, il gastaldo, che svolgeva funzioni amministrative dei beni della corona e di controllo dell’operato dei duchi, spesso ribelli all’autorità centrale e con velleità autonomiste.
Il vecchio limes romano non aveva mai costituito un’autentica linea Maginot e proprio per questo i romani avevano costruito all’interno del territorio delle varie province, fortini ed accampamenti fortificati, cingendo di mura molte città. Strutture edificate per contenere piccole unità il cui compito era pattugliare il territorio assegnato ed in caso di attacco, resistere fino all’arrivo dei rinforzi. Furono costruiti a protezione degli incroci stradali, degli sbocchi fluviali, sui ponti, vicino i magazzini alimentari; furono costruite infrastrutture difensive anche intorno alle fattorie. Questi centri fortificati, spesso isolati gli uni dagli altri, nella visione strategica del tempo, erano un elemento essenziale per garantire la difesa del confine, il controllo del territorio o, in subordine, la sicurezza delle popolazioni. Allo stesso modo costituivano un’eccellente base di appoggio e di partenza durante le operazioni offensive. Allo stesso modo l’occupazione delle piazzeforti consentiva di estendere l’occupazione senza rischiare scontri campali di fronte e forze numericamente superiori o di costituire una pericolosa spina nel fianco di fronte a truppe che avanzassero lasciandosela dietro.
Fu Teodorico ad avvertire l’importanza delle cinte murarie a difesa delle città, curandone la manutenzione, la riparazione e costruendone di nuove, e Giustiniano, a far costruire nei castelli enormi cisterne di raccolta dell’acqua. E anche del cibo veniva ogni anno realizzata un’adeguata scorta nei granai. La maggior parte dei centri aveva quindi solide difese. E furono queste ad essere occupate dai longobardi.
L’occupazione e l’utilizzo sapiente dei centri fortificati fu determinante soprattutto nella prima fase dell’occupazione e nel successivo insediamento dei Longobardi. L’occupazione di centri fortificati sul mare, a ridosso dei passi montani, di importanti vie di comunicazione, nelle vicinanze degli acquedotti, rivestirono un’importante funzione logistica. Le fortezze assumevano così una funzione di rifugio e di resistenza e quindi un ulteriore elemento di forza nella strategia longobarda.
Gli attacchi diretti alle mura erano infatti un’ipotesi alla quale ogni valido comandante si sottraeva ben consapevole delle alte perdite che poteva subire, anche per la scarsa capacità e preparazione delle proprie milizie, mentre la possibilità di resistere ad un assedio variava in rapporto a vari elementi, primo dei quali proprio la solidità delle mura. Le posizioni inaccessibili presentavano naturalmente maggiori possibilità di difesa; ma anche i terreni ripidi impedivano l’utilizzo di alcune macchine da assedio come l’ariete. Erano sconsigliate invece fortezze che avevano intorno alture, pascoli o corsi d’acqua, perché fornivano un vantaggio per gli assedianti. Sulle torri e sulle mura ci si difendeva con onagri e balliste: i primi erano macchine che consentivano il lancio di grosse pietre, mentre le seconde erano macchine che consentivano il lancio contemporaneo anche di quattro grosse frecce a grande distanza.
I Longobardi dominarono in Italia per circa due secoli, segnandone profondamente lo sviluppo successivo.