Invecchiare i velivoli giapponesi della seconda guerra mondiale di François P. Weill

Il CAC Boomerang di Vittorio De Santis
30 Settembre 2009
Scrostature con il sale e pannelli in rilievo di Matt Swan
8 Ottobre 2009
Show all

Invecchiare i velivoli giapponesi della seconda guerra mondiale di François P. Weill

Invecchiare i velivoli giapponesi della seconda guerra mondiale


Autore: François P. Weill



(traduzione di Vittorio De Santis)

Sviluppo storico

Le vernici giapponesi avevano veramente una qualità più bassa di quelle degli Alleati ? Qual’era la causa delle estese scrostature che si vedono in molte foto di aerei giapponesi ? Questa situazione era comune a tutte le Armi e a tutti i velivoli da loro impiegati ?

Spesso si dice che i miti e le leggende hanno, dietro di loro, un granello di verità. Il mito della ”scarsa qualità” delle vernici giapponesi, durante la seconda guerra mondiale, prese l’avvio dall’aspetto realmente usurato che avevano alcune verniciature di velivoli giapponesi. La ragione comunemente citata però non era la causa reale. I velivoli giapponesi, spesso dopo un certo periodo di impiego, non necessariamente perdevano la loro vernice più dei corrispondenti aeroplani usati dagli Alleati. Esaminiamo ora cosa originò il mito e come questo ci influenzi, quali modellisti, quando realizziamo un soggetto giapponese. Per meglio capire il problema è necessario conoscere alcune basi della finitura degli aeroplani e anche considerare che il periodo che ci interessa, possiamo dire dal 1932 al 1945, è stato per alcuni aspetti un periodo nel quale ci fu un balzo in avanti nella progettazione degli aerei.

Nei primi anni ’30 la costruzione di molti aerei era fondamentalmente un affinamento delle tecniche usate durante la prima guerra mondiale e nei primi anni ’20. Nonostante che la costruzione lignea fosse stata generalmente sostituita da quella in metallo, molti velivoli avevano ancora un rivestimento in tela. Dieci anni più tardi la stragrande maggioranza dei velivoli da combattimento erano dotati un rivestimento completamente in metallo. Come tutti i tessuti la tela tende ad assorbire una discreta quantità di sporco che ne causa un considerevole aumento di peso e una perdita di tensione. Durante la fabbricazione di componenti con rivestimento in tela era richiesta molta attenzione per mantenere il materiale ad una tensione sufficiente che permettesse di ottenere una superficie liscia. L’uso della ”messa in tensione” e di sostanze idrorepellenti era obbligatoria. Ciò veniva ottenuto applicando diversi strati di vernice ”tirante” che aveva, come vantaggio secondario, quello di rendere idrorepellente la tela. In origine questi prodotti erano trasparenti tanto quanto lo rendevano possibile le vernici del tempo (in realtà aveva un tono leggermente ambrato). Per i modellisti questa tonalità e più conosciuta con nomi tipo ”olio di lino trasparente” e la vernice divenne conosciuta nella terminologia aeronautica come ”lacca”.

Da questa spiegazione si può vedere che la principale ragione per applicare questa finitura agli aerei era essenzialmente di natura tecnica. Applicare la lacca inoltre forniva, al materiale che rivestiva il velivolo, un grado di protezione dagli elementi. In questi primi tempi, dato che l’aviazione militare era quasi inesistente o nella sua prima infanzia, il problema di mimetizzare un aereo non era all’ordine del giorno.

Con lo sviluppo e la crescita del potere aereo durante la prima guerra mondiale furono sviluppate alcune soluzioni che permettevano di ”nascondere” il velivolo al nemico. Nelle potenze alleate questo risultato fu generalmente raggiunto introducendo dei pigmenti appropriati all’interno dello strato esterno della finitura o tra gli strati di lacca. I tedeschi usarono un metodo leggermente differente, stampando la mimetizzazione sul tessuto stesso e quindi usando una lacca trasparente, come per tutti i contendenti, stesa sul tessuto. Prese così vita la mimetizzazione dei velivoli.

Dopo la prima guerra mondiale la contrazione dei bilanci militari portò ad una contrazione delle forze armate del mondo e la rapida introduzione di nuovi modelli divenne una rarità. Una breve vita utile dei velivoli divenne poco desiderabile e venne scoperto che le tonalità scure delle mimetizzazioni, usate a partire dalla prima guerra mondiale, non solo erano inutili ma abbreviavano la vita dei velivoli. I colori scuri, concentrando il calore del sole, causavano danni alle fragili strutture (molte delle quali realizzate, agli inizi degli anni ’20, in legno) provocando deformazioni pericolose. Molte forze aeree in tutto il mondo scartarono i pigmenti scuri ed iniziarono ad utilizzare tonalità che fossero più riflettenti. In Giappone la forza aerea della Marina Imperiale e dell’ Esercito non risolsero questo problema nello stesso modo. La Marina era stata profondamente influenzata dai britannici ed usava un verde steso sopra uno schema realizzato con la lacca trasparente, in modo simile al sistema britannico. La Marina scelse di passare ad una lacca argento mentre l’Esercito iniziò ad usare una lacca con un pigmento che dava una finitura finale grigio-verde. Entrambe le finiture erano assolutamente comparabili, come qualità, agli standard mondiali e allo stato dell’arte dell’epoca.

Intorno alla metà degli anni ’30 la costruzione delle fusoliere, nei progetti più avanzati, passò dal rivestimento in tela al rivestimento con pannelli in lega di alluminio e rivetti. A differenza dell’acciaio e del ferro le leghe di alluminio mostrano segni di una rapida e visibile ossidazione. L’ossidazione superficiale è ancora presente e si evidenzia come una finitura opaca grigiastra, ma come viene adeguatamente lucidata e pulita, l’alluminio torna ad essere di nuovo lucido. In seguito venne scoperto che l’alluminio poteva essere colpito da una forma di ossidazione più pericolosa e insidiosa, detta corrosione inter-granulare. Questa si manifesta come microscopici puntini di colore nero che, letteralmente, mangiano il metallo rendendolo fragile e friabile. La causa non è costituita dall’alluminio stesso ma piuttosto dalle impurità del metallo. Per combattere questo problema la lega di alluminio veniva ricoperta con l’Alclad, composto per il 90% da alluminio puro. Questa tecnica era conosciuta ai giapponesi che l’usarono estensivamente. Questa protezione era però solo parziale, come venne scoperto subito, e ritardava solo la comparsa dell’ossidazione inter-granulare. Questa corrosione era particolarmente forte sui velivoli che per un qualsiasi periodo di tempo fossero stati esposti all’atmosfera salmastra del mare.

L’atteggiamento verso la finitura in metallo completo differiva tra Marina ed Esercito. In maniera abbastanza strana la Marina, per la quale l’atmosfera salmastra era l’ambiente operativo normale, modificò le proprie pratiche sulla base delle nuove tecnologie e non usò nessuna vernice protettiva sopra la copertura di Alclad. Forse questo era dovuto all’aspetto dei velivoli, con questa finitura, che era simile a quella dei velivoli ricoperti con la lacca o forse al fatto che così si risparmiavano ore di lavoro, materie prime e peso. Dall’altro lato l’Esercito mantenne la sua politica e continuò ad usare la sua regolare finitura lucida grigio-verde su tutti i nuovi velivoli con rivestimento in metallo. Questa finitura veniva applicata in fabbrica ed era stesa utilizzando metodi che erano allo stato dell’arte e dopo una appropriata copertura di primer. Nelle foto di questi velivoli non si nota una particolare scrostatura. In entrambe le Forze Armate, i controlli con rivestimento in tela e componenti simili erano trattate ancora come nei tempi precedenti, seguendo gli schemi standard di colori di ogni Servizio: Esercito in grigio verde lucido mentre la Marina usava la lacca argento.

La guerra Cino-Giapponese e il ritorno della mimetizzazione

L’ ”intervento giapponese” in Cina incontrò una inaspettata resistenza. Una mimetizzazione difensiva venne introdotta quando i velivoli giapponesi, che partivano da aeroporti situati sul territorio cinese e da basi sulla costa – per quanto riguardava gli idrovolanti – finirono sotto attacco. Il ruolo della aviazione dell’Esercito fu minore in questa fase del conflitto rispetto a quella della Marina, pertanto la mimetizzazione venne introdotta prima sui velivoli di questa Arma. Questa mimetizzazione era conosciuta come schema ”Kumogata” formato da un marrone con aree dai contorni irregolari in verde scuro per le superfici superiori in modo molto simile alla mimetizzazione utilizzata dalla RAF*.

Erano ancora presenti in servizio molti velivoli dotati di rivestimento in tela quali: aerosiluranti, idrovolanti, biplani e bombardieri in picchiata. Questa mimetizzazione, applicata sul campo, si fondeva bene con l’originale lacca argento e non si notano scrostature particolari. Non è questo il caso dei velivoli della Marina completamente in metallo che mostrano una estesa e rapida scrostatura. Questo dimostra un punto importante: non era la vernice in sé la causa della estesa scrostatura, la vera ragione era semplicemente data dall’applicazione della vernice sul campo senza che venisse prima utilizzato un primer. Quando la mimetizzazione venne applicata ad alcuni velivoli dell’Esercito, venne applicata sopra il grigio-verde standard applicata negli stabilimenti (a parte alcuni velivoli stranieri, quali il FIAT B.R. 20, che furono consegnati con gli schemi mimetici originali). Quando si guardano le foto di questi aerei difficilmente è visibile una qualsiasi forma di scrostatura anomala.

Con la conquista della supremazia aerea da parte dei giapponesi, alla fine del 1938, l’Aviazione della Marina abbandonò velocemente l’uso sistematico della mimetizzazione che rimase solo sui bombardieri a lungo raggio che operavano ancora senza scorta (e che riportarono perdite significative dovute ai caccia cinesi). Si fece ritorno alla ”livrea del tempo di pace”.

Nello stesso periodo l’Aviazione della Marina imparò una dura lezione sugli effetti dell’esposizione all’ambiente salmastro. La U.S. Navy aveva previsto in maniera migliore questo fenomeno mantenendo sui suoi velivoli la pittura argento e non con il solo metallo esposto. I velivoli giapponesi, esposti all’aria di mare, furono invece colpiti dalla corrosione inter-granulare nonostante l’uso dell’Alclad. Il Nakajima B5N, per ragioni sconosciute (un migliore trattamento con l’Alclad), non venne colpito nello stesso modo. Solo l’idrovolante Tipo 97 entrò in servizio con una completa finitura di vernice argento. Il modo con il quale l’aviazione della Marina affrontò questo nuovo problema per uno dei velivoli principali dell’epoca, il Tipo 96 Kansen, è ancora oggetto di dibattito. Ad ogni modo qualche tipo di misura di protezione dalla corrosione venne presa e l’aspetto dei velivoli in metallo sulle portaerei cambiò, e velocemente. Non ci furono più aerei in metallo, B5N a parte, e che le superfici fossero rivestite divenne chiaramente visibile sui velivoli con finitura tipo ”livrea del tempo di pace”. Per esempio il bombardiere in picchiata Tipo 99 è chiaramente ricoperto con una qualche sorta di vernice argento (con una finitura liscia ma non a ”specchio”) che era usata sugli idrovolanti metallici dello stesso periodo. Non vogliamo trattare qui sulla reale natura della finitura del Tipo 96 Kansen, è sufficiente sapere che il velivolo si guadagnò una finitura ”a specchio” con un aspetto ”metallico” e non ”metallo puro”. Ma subito una nuova finitura fece la sua comparsa … Ad ogni modo durante la guerra in Cina solo le mimetizzazioni ”Kumogata” applicate sul campo erano inclini a scrostarsi in maniera estesa quando applicate su velivoli con rivestimento in metallo, come dimostrano le foto disponibili. Adesso sappiamo che era dovuto all’assenza del primer. L’Aviazione dell’Esercito non fu affatto colpita dal fenomeno e non ci furono modifiche di rilievo durante questi anni e i Ki.27 impiegati nell’ ”incidente del Nomonhan” (Khalkin Gol) erano ancora con finitura nel solito tradizionale grigio-verde lucido.

Cambio di politica

Anticipando un probabile durissimo confronto l’Aviazione della Marina decise che i suoi prossimi caccia imbarcati standard dovevano inaugurare uno schema che ora chiameremmo da ”superiorità aerea” o ”una mimetizzazione da offensiva”.

L’autore crede che questa mimetizzazione non era stata definita precisamente in anticipo. Si sa che il prototipo dell’A6M1 12-shi era dipinto in grigio-verde. Non c’è una spiegazione chiara sul perché i primi modelli operativi dell’A6M2 modello 11 del 12° KU in Cina sono, in maniera evidente, trattati con vernici a tre toni. La parte posteriore della fusoliera e i 2/3 della superficie esterna di ogni ala sono visibilmente chiare e opache mentre la parte restante dell’aereo (verniciatura in nero della cappottatura del motore a parte) è lucida e scura. Ne risultò uno schema grigio-verde lucido nel quale – con tutte le variabili comprese e molto probabilmente l’esclusione della maggioranza (se non la totalità) dei B5N – divenne lo schema standard delle unità di prima linea dell’Aviazione della Marina quando scoppiò la guerra del Pacifico su tutti i velivoli, ad eccezione dei grandi bombardieri plurimotori e degli idrovolanti, che mantennero la finitura precedente in argento e dei tipi più obsoleti non più in produzione e in via di ritiro.

Questo nuovo schema grigio-verde lucido veniva applicato negli stabilimenti con tecniche allo stato dell’arte sopra il primer rosso-mattone e si dimostrò estremamente resistente. Nessun velivolo così dipinto è incline a mostrare una qualche forma di estese scrostature, anche se sottoposto a condizioni climatiche estreme. C’è una foto di un Mitsubishi F1M2 impiegato estensivamente in un periodo successivo del conflitto, con la mimetizzazione verde delle superfici superiori molto usurata (ma non scrostata) e con il galleggiante centrale con la vernice verde del galleggiante molto usurata per l’attrito con il mare, che presenta ancora una finitura di grigio-verde. Questo autore non esita a definire questa copertura grigio-verde lucida come una delle vernici migliori e più resistenti in uso durante questo periodo da parte di qualsiasi belligerante, molto lontano dalla leggenda dell’inferiore qualità delle vernici giapponesi.

L’Aviazione dell’Esercito adottò, a partire dall’entrata in servizio del caccia Tipo 1 Hayabusa, una schema più semplificato che veniva applicato direttamente in ditta su tutti i caccia monoposto. Questa finitura doveva poi essere completata dalle unità di prima linea con l’applicazione di una appropriata mimetizzazione sulle superfici superiore. Lo schema applicato dal costruttore consisteva in una finitura metallica con le sole superfici di controllo, rivestite in tela, trattate nel vecchio modo con il grigio-verde lucido, il pannello antiriflesso e le Hinomaru (che in questo periodo venivano applicate solo nelle quattro posizioni alari). Questa politica restò in vigore, per questo tipo di velivoli, fino alla fine del 1944, a parte gli Hinomaru applicati sulla fusoliera che divennero obbligatori a partire da una periodo indefinito del 1942 a parte. Più tardi, e solo per un periodo di tempo limitato, alcuni velivoli plurimotori, quali il Ki. 49 Donryu furono consegnati alle squadriglie con la finitura in Alclad. Questo però restò un caso isolato piuttosto che una regola. Come regola generale, fino al tardo 1944, i velivoli dell’Aviazione dell’Esercito venivano dipinti con una base di primer e una finitura superiore nel tradizionale grigio-verde lucido.

I caccia monomotori erano inviati alle unità al fronte senza che prima ricevessero l’applicazione del primer. Era a livello di unità sul campo che veniva completata la mimetizzazione. Agli inizi lo schema più comune che veniva utilizzato era formato da una copertura base di verde giungla quindi furono impiegati su questi velivoli tutte le variazioni quali ”macchie”, strisce e combinazioni di due o più colori. Furono usate per queste mimetizzazioni principalmente i colori standard stabiliti dall’Esercito ma a volte la miscela di due colori produsse dei colori non standard. Inoltre era permesso anche l’uso di vernici di preda bellica. La cosa importante era la mancanza dell’applicazione del primer che finiva per generare molte scrostature o ”sbucciature” della vernice ad un punto tale che in alcune impressioni artistiche sono interpretate come una mimetizzazione a macchie. Questa è però una errata interpretazione di una finitura monocromatica che ha subito un processo di deterioramento tale che sembra che la mimetizzazione sia stata realizzata deliberatamente a macchie. Al contrario i velivoli plurimotori, la cui finitura grigio verde lucida veniva completata dal costruttore, la cui mimetizzazione veniva poi completata dalle unità di prima linea, con qualsiasi schema fosse in uso nell’unità, non mostrano mai la loro mimetizzazione così deteriorata. Subivano un processo di invecchiamento del tutto simile ai velivoli alleati impiegati nello stesso clima, spesso anche minore di questi se si considera la durata della vernice grigio verde che, all’apparenza, aveva la stessa qualità della vernice usata dalla U.S. Navy. La mimetizzazione dei pochi velivoli consegnati alle unità con la finitura in Alclad invecchiava nello stesso modo di quella dei velivoli monomotori. Ovviamente il clima e le condizioni dei velivoli giocavano la loro parte ma, tutto sommato, la principale differenza nel modo con il quale invecchiavano le mimetizzazioni dei velivoli giapponesi, rispetto a quelli alleati, non era data dalla qualità delle vernici ma dalla assenza o dalla presenza della finitura con il primer.

Nello stesso tempo nell’Aviazione della Marina …

Al tempo della ” Operazione Hawaiiana” la mimetizzazione offensiva descritta in precedenza era divenuta lo standard per i velivoli imbarcati delle unità di prima linea. Con l’eccezione dell’aerosilurante Nakajima B5N2 modello 3 la finitura in grigio verde lucido predominava nettamente. I Kate**, anche quando mimetizzati con schemi non standard che erano la regola durante i primi giorni di guerra, venivano dipinti senza alcun primer e in seguito finirono per evidenziare un elevato grado di deterioramento della vernice. Si possono vedere le foto del velivolo di Fuchida durante le operazioni contro l’allora Ceylon (oggi Sri Lanka) che furono scattate non molto tempo dopo. Molto presto questa mimetizzazione venne considerata inadatta per tutti i velivoli e venne mantenuta solo sul caccia Zero. Nonostante le continue vittorie venne sviluppata una sorta di standard mimetico ”difensivo” compatibile con il mare. Questo consisteva nell’applicazione di una base monocromatica verde scuro su tutte le superfici superiori. Questa mimetizzazione venne qualche volta anche applicata in mare direttamente a bordo delle portaerei. Vennero coinvolti principalmente gli idrovolanti in metallo (Jake, Pete), l’aerosilurante Tipo 97 e il bombardiere in picchiata Tipo 99 Modello 11, ma in seguito venne estesa a quasi ogni velivolo sia con base sulla costa che imbarcato. Sebbene non venissero applicate negli stabilimenti questa verniciatura mimetica veniva di solito applicata sopra la base grigio verde lucida applicata dal costruttore. Immediatamente anche i Kate ricevettero sistematicamente l’applicazione della copertura grigio verde. Nel frattempo, fino a quando questo schema non iniziò ad essere applicato dalla ditta, il Kate restò soggetto alla ”sbucciatura” associato all’assenza del primer. Alcuni vecchi modelli di velivoli mantennero la finitura anteguerra, anche se utilizzati in prima linea, come per esempio il Tipo 96 Kansen Modello 4. Pochi altri biplani con rivestimento in tela, imbarcati o con base a terra, rimasero con lo schema Kumogata. I bombardieri pesanti 96 Rikko (Nell) e Is’shikirikkos (Betty) rimasero ancora non verniciati, come in precedenza, quindi venivano dipinti nello schema Kumogata a livello di unità, ancora senza primer, che provocava le stesse conseguenze tra le quali la ”sbucciatura”. Anche gli idrovolanti ricevettero i loro ”colori di guerra”, una base monocromatica di verde scuro. Sapere se la superficie sottostante veniva trattata con il colore base grigio verde é difficile. Come al solito le foto in bianco e nero non permettono di verificare questo punto. É opinione dell’autore che la vernice argento originale era – per l’H6K – la finitura più probabile per le superfici inferiori e alla fine i velivoli ricevettero sul campo la finitura completa in verde scuro. Nonostante le difficili condizioni di impiego il fatto che questi velivoli venissero dipinti a livello di unità non aveva effetto sulla durata della verniciatura finché la base fosse sempre applicata sulle superfici trattate con il primer. Quando, per esempio, vengono confrontati con i Catalina della U.S. Navy l’invecchiamento e la ”sbucciatura” della vernice non è più evidente sugli idrovolanti giapponesi.

La situazione non cambiò significativamente quando la campagna delle Salomone ebbe inizio. In ogni caso, ad eccezione del caccia Zero, l’applicazione della mimetica monocromatica verde scuro iniziò a diventare parte del processo di fabbricazione. I bombardieri mantennero ancora per un periodo di tempo limitato lo schema Kumogata, fino all’agosto/settembre 1942. Con l’arrivo dei Betty, verniciati in ditta, i velivoli con lo schema Kumogata furono molto spesso ritoccati e il loro colore marrone iniziò a venire ricoperto con il verde, ma in una maniera che lasciava visibile lo schema precedente. Ancora una volta l’applicazione su una copertura senza una base di primer l’ampia ”sbucciatura” continuò. I nuovi Betty che arrivarono con la verniciatura verde scuro sulle superfici superiori applicata in fabbrica e in metallo lucido per quelle inferiori non erano soggetti a questi effetti. Un campione della collezione di Jim Lansdale mostra che il primer rosso-marrone era presente sotto la vernice verde nonostante il metallo lucido delle superfici inferiori. D’altronde la situazione per alcuni aerei presi velocemente dalla seconda linea è piuttosto differente. Un altro Betty, un G6M1-L da trasporto, del quale Jim ha un campione della tela ha una storia piuttosto strana da raccontare. Questo velivolo era chiaramente stato consegnato in metallo lucido con le parti in tela trattate con la lacca argento, sebbene applicata sopra il primer rosso-marrone. Su questa finitura era stata spruzzata, in maniera piuttosto grossolana, una copertura di vernice verde scuro giapponese. In seguito anche questa finitura era stata ritoccata a pennello con una vernice verde molto più chiara, che sospetto fosse una vernice australiana presa dagli impianti di Rabaul. Ne è risultato uno dei peggiori lavori di verniciatura mai visto su un aereo. Un altro velivolo, un bombardiere in picchiata Tipo 99 Modello 11, che proveniva chiaramente dallo stesso gruppo di rincalzi sul quale è stata correttamente applicato il verde scuro sulle superfici superiori ma che era rimasto in lacca argento per quelle inferiori. Tenendo presente le dure condizioni climatiche di queste isole, e della visibile differenza tra le mimetizzazioni applicate dal costruttore e quelle improvvisate è ovvio che l’estesa ”sbucciatura” della vernice era un caratteristica di tutti i lavori di verniciatura effettuati su velivoli in metallo lucido senza che venisse applicato il primer. Successivamente in qualche caso, verso la fine del 1942, anche gli Zero iniziarono a ricevere una mimetizzazione difensiva – sotto forma di ”macchie”, nuvole, o strisce – applicata sopra la verniciatura, di elevata qualità, grigio verde lucido applicata in fabbrica. Nonostante le condizioni dure e il clima è difficile trovare prove di ”sbucciature” su questi Zero.

A partire dal giugno 1943 iniziò ad essere applicato sistematicamente dal costruttore la mimetizzazione difensiva verde scuro stesa sopra il grigio verde lucido. Inoltre il primer iniziò ad essere utilizzato ampiamente su tutti i velivoli. Le eccezioni erano costituite dai grandi bombardieri plurimotori, che mantennero le superfici inferiori in metallo lucido, e gli idrovolanti ai quali veniva data una finitura protettiva in argento, o in grigio verde lucido, sulle superfici inferiori. Ci sono ancora poche prove che dimostrino un deterioramento maggiore della mimetizzazione di questi velivoli rispetto a quella degli omologhi velivoli alleati.

Verso la fine

Alla fine del 1943 o all’inizio del 1944 si interruppe l’uso del grigio verde lucido e si iniziò ad impiegare una copertura più fragile opaca o semi-opaca. Questa vernice mostra molte più ampie variazioni di tono, rispetto alla precedente, dovute ai differenti produttori. Unica eccezioni gli idrovolanti che furono gli ultimi modelli di aerei ad abbandonare l’uso della finitura grigio verde lucida. In Giappone le condizioni iniziarono a peggiorare progressivamente sia per quanto riguarda la manodopera specializzata che per quanto riguarda la disponibilità delle materie prime.

I velivoli di grandi dimensioni, come i Betty, furono le prime vittime di questa situazione e dalla prima serie del bombardiere G4M2 si cessò di applicare il primer in fabbrica. Di conseguenza le verniciature del G4M2 dimostrarono una forte tendenza alla ”sbucciatura”.

Con il proseguire del conflitto erano sempre di più i velivoli che venivano consegnati senza alcuna vernice di base. Questa tendenza ad eliminare la vernice di base e ad abbandonare il primer, come fase del processo di costruzione, fu progressiva e non riguardò alcuni modelli di velivoli. Gli idrovolanti, per ovvie ragioni, continuarono ad essere dipinti con la finitura protettiva fino alla fine della guerra. I caccia Zero ricevettero una finitura di base più fragile come dimostrano alcune foto di velivoli obsoleti, ma di costruzione relativamente recente, come il Modello 21 prodotto dalla Nakajima che vennero trasformati in caccia bombardieri (Bakusen) e usati per le missioni Kamikaze. L’emergere della ”sbucciatura” è evidente su questi velivoli, che furono estensivamente usati come addestratori in un clima tropicale come quello delle Filippine, e che si presentano generalmente piuttosto rovinati. In ogni caso anche questi velivoli non hanno, neppure lontanamente, l’aspetto che avevano i velivoli della Marina e dell’Esercito mimetizzati senza utilizzare il primer. Non perdono il confronto neppure con gli omologhi velivoli alleati. Su alcuni modelli di aerei verso la metà del periodo di produzione si passò da verniciature di alta qualità a mimetizzazioni di bassa qualità. Per esempio alcuni Nakajima N1K1-J Ko Shiden impiegati nelle Filippine sono stati finiti sia con le superfici inferiori in grigio verde sia senza e nonostante tutto appaiono essere stati completati senza il primer. Per questa finestra di tempo non ci sono regolamenti a cui riferirsi ed è pertanto fortemente raccomandato utilizzare le foto per determinare lo stato reale del velivolo che intendete riprodurre. A differenza dei periodi iniziali solo la documentazione fotografica potrà stabilire se il primer è stato o non è stato usato.

Nell’Aviazione dell’Esercito le cose restarono immutate fino alla fine del 1944, quando sembra sia stato deciso almeno uno schema standard di mimetizzazione che veniva applicato dal costruttore. L’autore vorrebbe vedere delle prove concrete di grigio applicato alle superfici inferiori del caccia Hayate prima che il nuovo standard di producesse i suoi effetti. Alcuni velivoli sono stati restaurati e dipinti in questi colori basandosi su delle ”speculazioni”. Gli aerei prodotti alla fine del 1944 erano verniciati con una tinta verde marrone che , non diversamente dall’Olive Drab 41 dell’USAAF, tendeva a non mantenere la tonalità originale ed era suscettibile di cambiare colore in un modo simile a come invecchiavano le vernici statunitensi. L’aspetto medio è molto simile al colore FS 30118, a volte con sfumature più verdastre altre volte più vicino al marrone. Le superfici inferiori venivano dipinte in una sorta di grigio con una distinguibile tonalità di Tan al suo interno. Questo schema venne applicato a tutti i modelli di velivoli e risulta evidente che il modo con il quale venivano trattate le superfici venivano preparate variava tra i diversi costruttori o da aereo a aereo. Molti caccia monoposto sembrano essere stati dipinti senza primer e la vernice si deteriora velocemente. Altri, come il Ki. 45 Toryu, sembrano aver mantenuto un certo grado di trattamento superficiale anche con questo nuovo schema come si può vedere dalle foto. Non tutti i velivoli operativi erano completati in questo modo alla fine della guerra. Alcuni erano di produzioni precedenti, ed erano ancora in servizio, mentre altri furono dipinti con mimetiche notturne ottenuti estendendo alle superfici inferiori il colore di quelle superiori. Come per gli aerei della Marina è consigliabile, per riprodurre un velivolo di questo periodo finale, fare riferimento alle fonti fotografiche che riguardano il periodo in questione e il soggetto scelto.

Questo non cambia la regola che conosciamo perfettamente: i soli velivoli giapponesi ad avere un deterioramento esteso della mimetizzazione furono quelli in metallo lucido sui quali la mimetizzazione venne applicata senza la base di primer.

Conclusioni

L’asserita scarsa qualità delle vernice giapponesi durante la seconda guerra mondiale è un mito e uno di quelli più difficili da ritenere veri se si considera che per secoli il Giappone ha prodotto splendidi esempi di oggetti laccati. Il preconcetto che le vernici giapponesi erano di qualità inferiore è stato creato dalle scrostature e dalle ”sbucciature” visibili su molti modelli di velivoli di entrambe le Forze Armate in periodi differenti. Oggi sappiamo che la causa di questo deterioramento era dovuta alla mancanza del primer sotto la finitura finale, un riflesso della qualità di costruzione piuttosto che del materiale. Riprodurre una replica credibile ed accurata di un velivolo giapponese della seconda guerra mondiale non implica automaticamente la sistematica riproduzione di un pesante deterioramento della vernice. Se il modellista conosce per certo che l’applicazione da parte del costruttore della finitura finale comprendeva l’applicazione del primer, può essere consapevole che l’esteso deterioramento della vernice può essere immediatamente ridimensionato.

Gli aerei giapponesi non erano soggetti ad un più pesante invecchiamento e ad una scrostatura della vernice maggiore rispetto ai velivoli alleati che operavano nelle stesse condizioni. L’affermazione che le vernici giapponesi erano di qualità inferiore non è supportata dalla documentazione disponibile o da esempi esistenti di rivestimento di aerei. La causa reale di questo elevato deterioramento è dovuta al fatto che, in alcune fasi della guerra, gli standard di produzione omettevano l’applicazione del primer, provocando direttamente una pesante scrostatura su molti aerei. Queste sono le radici del mito.

Note

*L’autore è consapevole del fatto che alcuni autori credono che il grigio J3 venne usato anche per le superfici inferiori ma, dopo accurate ricerche sulle foto disponibili di velivoli in metallo lucido e non rilevando scrostature della vernice, ho concluso che non ci sono prove visibili dell’utilizzo di una qualsiasi mimetizzazione delle superfici inferiori. L’alluminio invecchiato, nelle foto in bianco e nero, appare come un grigio simile al J3. Anche l’aumentare della complessità della verniciatura effettuata sul campo fa sì che, molto probabilmente, non ci fosse una specifica tonalità per le superfici inferiori che fosse utilizzato con la mimetizzazione Kumogata

**Rimane poco chiaro se tutti i Kate utilizzati il 7 dicembre 1941 ricevettero una mimetizzazione di grigio verde sulle superfici inferiori o se alcuni fossero ancora in metallo lucido. Prove di verniciatura delle superfici inferiori non standard esistono ma nelle foto in bianco e nero è difficile dire se alcuni – o la maggioranza degli stessi – fosse dipinta sulle superfici inferiori o no …

Fonte:
L’articolo originale è presente alla pagina http://www.swannysmodels.com/JapaneseWeathering.html del sito http://www.swannysmodels.com/index.html. Si ringrazia l’editore per l’autorizzazione alla traduzione.