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Buonconte, il Guerriero di Montefeltro (1a parte)

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial] BUONCONTE, IL GUERRIERO DI MONTEFELTRO[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: F. Canaccini[/font][/color][/size][/b][/i]


Lo corpo mio gelato in su la foce trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce ch’i’ fe’ di me, quando ‘l dolor mi vinse; voltòmmi per le ripe e per lo fondo, poi di sua preda mi coperse e cinse. PUR., V, 124-129.

Parlare di Buonconte da Montefeltro vuol dire quasi esclusivamente parlare di Dante e del V canto del Purgatorio, in cui il poeta fiorentino lo ha immortalato in versi pregni di dolcezza da un lato, per la fine accorata del montefeltrano, e di cruda realtà dall’altro per il ricordo di quell’11 giugno in cui oltre 1700 Ghibellini rimasero sulla piana di Campaldino.

I dati storici su Buonconte sono effettivamente pochi e gran parte di essi è legata alla figura del padre, quel Guido da Montefeltro, tiranno contro alla chiesa di Roma (Villani, Croniche, VII, 108), che in quegli anni così turbolenti rappresentava una delle massime autorità del partito filoimperiale e magnatizio italiano. Ma torniamo alle vicende del nostro.

Buonconte ereditava il nome di un avo Bonuscomes, partigiano dell’imperatore tedesco Federico II, vissuto tra il 1170 e il 1242 circa, e doveva essere proprio per questo il primogenito (Infatti i suoi fratelli, di cui siamo a conoscenza, Federico, Ugolino, Loccio e Corrado, ereditarono nomi secondari: Federico era un nome tutto nuovo, e troverà nei seguaci più ampia fortuna; Ugolino, canonico feretrano, richiamava alla memoria l’omonimo vescovo di Montefeltro vissuto agli inizi del XIII secolo, figura di spicco della famiglia; Corrado trovava un omonimo in un figlio di Taddeo di Pietrarubbia, ramo avverso a quella in questione; Loccio morì assieme a Buonconte sulla piana di Campaldino). Il Franceschini lo fa nascere intorno al 1259, assegnando però la primogenitura al fratello Federico, futuro Podestà di Arezzo e Signore di Urbino. Buonconte, probabilmente cresciuto nella antica Montefeltro, ribattezzata poi San Leo, fu concepito da Manentessa, Contessa di Ghiaggiolo, signora della media valle del Bidente. Ad essa Buonconte recherà l’omaggio di battezzare col suo nome la figliola, futura sposa di un conte Guido Selvatico, figlio di Ruggieri. Della sua consorte, Giovanna, ancora in vita verso il 1300, oltre che il nome, tramandatoci da Dante, nient’altro ci è dato sapere. Educato nell’arte della guerra direttamente dal padre, celebre uomo d’arme, divenne ben presto un famoso condottiero e così sarà infatti ricordato anche dai suoi avversari.

Quando Buonconte era ancora giovane, circa dodicenne, il padre fu catturato presso Rimini da Malatesta il 20 giugno 1271. La notizia fu talmente sconvolgente che appena due giorni dopo da Siena partiva un messo per avvisare la popolazione di San Gimignano della debellationis seu sconficte facte de domino Guidone comite Monte Feltri et suis seguacibus (G. Franceschini, I Montefeltro, Milano 1970). Non sappiamo né quando né in che modo il Conte uscì di prigione. Egli attribuì sempre la grazia a San Francesco di cui era assai devoto. Il 2 giugno 1274, frattanto, i Lambertazzi, fuoriusciti ghibellini di Bologna, nominavano loro capitano di guerra Messer Guglielmino de’ Pazzi del Valdarno, detto Guglielmo Pazzo, che affiancherà Buonconte in numerose occasioni fino alla morte in Campaldino. Il movimento ghibellino dai tempi di Benevento (1266) stava risorgendo un po’ ovunque e i successi non mancavano. La Romagna era in mano al Conte di Montefeltro, che con ripetute azioni militari l’aveva ridotta sotto il suo dominio. Pisa, storicamente caposaldo ghibellino, ampliava i suoi domini a detrimento di Genova sul mare e di Firenze e della Maremma su terra, fino alla disfatta della Meloria (1284). Arezzo, pur tra mille difficoltà, riuscirà infine ad imporre una linea ghibellina rappresentata dai maggiorenti delle vallate circostanti: i Pazzi, gli Ubertini ed i Tarlati. Nella primavera del 1281 sappiamo di come presidiasse Montefeltro lo stesso Buonconte. Era infatti il periodo quo S. Leo et civitas Montisferetri guerrezzabant cum dicto domino Tadeo et ibi stabat Bonuscomes filius domini Guidonis Montisferetri: et in illo tempore combustus fuit Mercatellus et Petrarubea, et fuit in illa cavalcata Uguzonus de Fazola (A. Luzio, I Corradi di Gonzaga signori di Mantova, in Arc. St. Lomb., a XL, 1913, vol. XX, pg. 140).

Alla fine dell’anno Martino IV richiedeva a Guglielmo Durand ut se informet de statu civitatis S. Leonis per quem vel quos occupata extitit, vel quorum favore tenetur, quis vel qui dominantur aut praesunt vel plus possunt in ea, quum dicta civitas inter alia Romandiolae loca sit quasi inespugnabilis et singularis in situ, ita quod qui ibi preest dominus, alios vicinos circumpositos non timeret. Insuper mandat procedi contra Ugolinum in propositura Ecclesie Feretranae non canonice intrusum (ARC.VAT., Sched. Garampi, Ind. 681, pg. 126). Il Vescovo di San Leo aveva l’unica colpa di essere il figlio di Guido; ciò provocherà uno dei pretesti più efficaci per minare un dominio scomodo quale quello rappresentato per i Guelfi e per la Chiesa dai Montefeltro. Nel 1282 Buonconte si portò ad Ascoli assieme a Corrado da Antiochia per prendere il comando delle truppe che si accingevano ad entrare nel Regno di Sicilia in aiuto di Pietro III d’Aragona. Costui infatti rivendicava contro Carlo d’Angiò il trono di Sicilia come marito di Costanza, figlia di Manfredi. Appoggiato anche da Giovanni da Procida e Ruggiero di Lauria e approfittando della rivolta dei Vespri Siciliani Pietro III sbarcò in Sicilia, cacciandone il rivale dopo averlo sconfitto a Nicotera. Il comportamento dei Montefeltro, antipapale e avverso alla Chiesa, provocò una sorta di crociata contro Guido, i suoi figli e i sostenitori.

Le lettere inviate agli abitanti di San Leo e nel Montefeltro, tempore quo Guidoni de Montefeltro eiusque filiis Hugolino et Bonocomiti adherebant (20 novembre 1283, G. Franceschini, I Montefeltro, Milano 1970), l’opera subdola di emissari pontifici e guelfi, il discredito gettato su Guido determinarono un rivolgimento che fece perdere la città avita ai Montefeltro. Fu così che la nobile schiatta fu costretta ad abbandonare San Leo, e i figli o i fautori di Guido furono costretti a fuggire o furono imprigionati. Il fratello di Buonconte, Ugolino, che rivestiva la carica di Vescovo proprio a San Leo, fu catturato e al suo posto fu insediato il quindicenne Roberto, figlio del conte Taddeo del ramo di Pietrarubbia, più che un Vescovo un fantoccio manovrato dagli emissari del Pontefice. Guido fu confinato per volere del Papa prima a Chioggia, poi ad Asti sotto la protezione del Marchese di Monferrato. Gli altri ripararono presso gli Ubaldini, i Guidi di Casentino e di Bagno. Buonconte probabilmente in questi anni iniziò ad avvicinarsi maggiormente ai Ghibellini d’Arezzo. Aveva avuto già modo di conoscere Guglielmo de’ Pazzi, da quando costui era stato eletto Capitano dai Bolognesi. Alla morte di Onorio IV, il 5 aprile 1287, la scelta del successore di Pietro cadde su Nicolò IV. Il soglio fino ad allora vacante aveva naturalmente incoraggiato una rivalsa ghibellina.

Il 1287 fu un anno fondamentale per il corso degli eventi di questa famiglia. Scrive un anonimo con più dovizia di particolari del Villani che del mese di Giugno Guglielmino vescovo di Arezzo chon Ubertini e Pazzi di Valdarno e chon Buonconte figlio del conte Guido di Montefeltro, chon Lamberti ed altri sbanditi di Firenze, di notte tempora entraro del mese di Giugno in Arezzo e cacciaro fuori tutti e Guelfi. E poco stante Prizzivale vicario dello Imperio della Mangna tornò in Arezzo e quivi armò gran quantitade di chavalieri a soldo e facea guerra a Firenze ed agli toscani ke parte guelfa reggea (Quellen und forschungen, sweiter teil, La cosiddetta cronaca di Brunetto Latini, Halle, 1880, pg. 229). L’arrivo di Buonconte non fu certo casuale. La presenza del montefeltrano fu preparata col Vescovo d’Arezzo e coi grandi capi ghibellini della città. Il ritorno dei Ghibellini in città significò in primo luogo la cacciata dei Guelfi, che ripararono principalmente nella non lontana Monte San Savino, espugnando, prima della ritirata, lo strategico castello di Rondine. Firenze a questo punto decise di venire alla guerra con Arezzo. Ed anche il Villani ritrova proprio nella cacciata della parte guelfa da Arezzo la causa scatenante del conflitto con Firenze. Ancor prima di qualunque azione militare da parte guelfa, Buonconte e Guglielmo Pazzo fecero un’incursione giungendo fino a Montevarchi e con la medesima intenzione di prevenire gli attacchi che potevano giungere da Siena, frattanto divenuta guelfa, conquistarono Chiusi. Nicolò IV tentava di moderare le parti chiamando a sé il Vescovo di Arezzo e il Vicario imperiale Percivalle, che era uomo di Chiesa, diacono e cappellano, mentre ingiungeva ai Fiorentini di non prendere alcuna iniziativa bellica senza suoi ordini o beneplaciti. Il 1° giugno un cospicuo esercito guelfo marcia contro Arezzo devastando il contado attorno alla città; a capo delle truppe Antonio da Fissiraga, Podestà, e al loro soldo numerosi mercenari francesi. L’assedio ad Arezzo, ancora priva delle mura definitive e protetta per lo più da steccati e palizzate, fallisce. Più che guerreggiare i Guelfi offendono gli Aretini ordinando cavalieri novelli sotto le loro mura e facendo correre il Palio di San Giovanni intorno alla città. Una volta levato l’assedio, dopo una notte di tempesta che distrugge le baracche e l’accampamento senese, l’esercito fa ritorno in patria. Il 26 di giugno Buonconte, con al suo fianco Guglielmo Pazzo, concepisce un ardito colpo di mano ai danni delle truppe della Balzana. La via che da Arezzo conduceva a Siena era in quegli anni una strada obbligata. L’unico guado che permetteva un agile passaggio su terraferma, circondata dalle melmose paludi della Chiana, era quello che procedeva attraverso il passo detto della Pieve al Toppo. L’intoppo doveva essere una lingua di terra che restava indenne al regime delle acque stagnanti e che attraversava la Chiana. Di intoppi i Senesi ne trovarono però più di uno. Al contingente senese infatti era stato proposto di essere scortato sino ad un certo punto dal resto dell’esercito guelfo, il cui nerbo era naturalmente quello fiorentino. I Senesi isdegnarono, ritenendosi leggiadri e possenti (Villani, Croniche, VII, 120). E questo per il desiderio di recuperare il castello di Lucignano, strappato senza troppa fatica dagli Aretini tempo prima. I Senesi erano comandati da Ranuccio di Peppo Farnese, signore di Maremma. Costui, come molti altri nobili senesi, non riuscì più a rivedere casa.

Nel giro di poche, concitate ore i Capitani aretini, che ne avea assai e buoni, il caporale Buonconte da Montefeltro e messer Guglielmo Pazzo (Villani, Croniche, VII, 120), vollero vendicarsi delle offese subìte lungo quell’assedio. Lasciarono i Fiorentini per la loro strada e di notte precedettero i Senesi al Passo del Toppo, passando per vie secondarie, per le paludi. Nascosti nei boschi, con i piedi nel fango gli Aretini attendevano in silenzio l’arrivo delle truppe nemiche. I Senesi si avvicinavano; fanti e balestrieri, circa 3000 persone, per primi, con le corde delle balestre allentate, o caricate sui muli o sui somari che seguivano il contingente. I 400 cavalieri che seguivano le truppe appiedate erano anche loro senza armatura, con gli scudi legati ai cavalli, le lance lunghe portate dai servi e le spade nel fodero. I 2000 fanti e i 300 cavalieri aretini, fino a quel momento in silenzio, nascosti tra la boscaglia e i canneti della Chiana, rivelarono la loro presenza d’un colpo, probabilmente riempiendo l’aria di urla, provocando nei Senesi un inaspettato quanto fatale sconvolgimento. Rovesciarono sui militi della Balzana una quantità inaudita di verrettoni con le balestre e gli archi. A questo punto, dopo una serie di tiri d’arco e balestra avranno caricato i gruppi di cavalleria, con a capo Buonconte e Guglielmo, rovinando sul contingente senese impegnato a tirar fuori le spade dai foderi, a tentare di creare un minimo d’ordine nelle file che, caricate più e più volte dai cavalieri aretini, come in una macabra giostra, ogni volta perdevano decine di cittadini di Siena e di Maremma. Il Capitano dello schieramento, Ranuccio Farnese, dopo essere riuscito ad ordinare ai lati della colonna due ali di cavalleria per fronteggiare l’agguato, fu colpito a morte, la sua giubba celeste, costellata di gigli d’oro, insozzata di sangue. Lo scontro fu assai crudo. I Senesi subirono perdite cospicue e 300 tra i più nobili uomini di Siena e di Maremma caddero quel nefasto 26 maggio del 1288.