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Gli elementi caratterizzanti il Corpo dei Bersaglieri – R. Rusconi
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Alessandro Ferrero Della Marmora – R. Rusconi

[b][size=x-large][color=000099][font=Arial]ALESSANDRO FERRERO DELLA MARMORA[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=large][color=000099][font=Arial]Autore: R. Rusconi[/font][/color][/size][/b][/i]


Per risalire alle origini è opportuno ripercorrere gli eventi a ritroso. Nella loro dinamica ci riconducono inesorabilmente al capostipite . Per i Bersaglieri la culla la ritroviamo in quel di Torino, là dove nacque, il 27 marzo del 1799, Alessandro Ferrero della Marmora. Nel 1831, era Capitano dei Granatieri allorché, al trono Carlo Alberto, elaborò le prime proposizioni intorno a un corpo speciale. Il nuovo soldato dell’espressione vitale venne osteggiato all’inizio, come tutte le precognizioni.

Alla fine Carlo Alberto approvò nel 1836 la costituzione del nuovo corpo. Il 1° luglio il reparto fu così formato: Comandante Alessandro La Marmora; Comandanti di Plotone: Viani, Lyons; 115 bersaglieri provenienti in gran parte dai “Granatieri Guardie”. La Marmora scelse personalmente i componenti della PRIMA e della SECONDA compagnia Bersaglieri.A chi giunge primo nella corsa dà uno scudo dalla sua borsa ed egli stesso, cacciatore e gran camminatore, non esita dal mettersi in gara. Il sogno di Alessandro La Marmora fu dunque quello di creare un corpo di soldati scelti, a piedi, da impiegare nelle azioni più rischiose, corpo che egli considerava necessario in Piemonte, data la speciale morfologia del terreno che alterna pianure, tagliate da numerosi corsi d’acqua, a zone accidentali, di collina e di monte, compresi in un arco di valichi alpini fra i più ardui d’Europa.
C’era, si, un reggimento di cacciatori della guardia (o volteggiatori), con tre battaglioni di sei compagnie, ma la sua differenza dalla fanteria di linea era solo nominale. Identico era l’addestramento; scarsa la cura nella scelta delle reclute; quasi nulla la preparazione per quanto riguarda l’impiego in ordine sparso e la ginnastica. Peraltro, questi tre battaglioni di cacciatori nel 1831, erano stati soppressi.
Il nuovo corpo doveva esprimere la spigliatezza e l’impeto latino e accoppiare alla abilità del tiro la massima mobilità. La bellezza di chi corre senza tregua e senza stanchezza verso una meta raggiante, di vittoria e di sacrificio, che vive dell’orgoglio d’arrivar sempre primo; e vi arriva cantando allegramente, come un soffio di primavera, mentre le trombe squillano e i ritornelli segnano il ritmo.
La Marmora condusse ricerche in Francia, in Austria e in Prussica, osservando il rendimento delle fanterie leggere in quegli eserciti, allora considerati i migliori d’Europa. Giovandosi in parte di tali esperienze e aggiungendo criteri propri, concertò il suo piano e lo difese con tenace fervore contro le diffidenze e le opposizioni di chi, imbevuto di pregiudizi, non avrebbe voluto allontanarsi dai vecchi schemi. Uno sei suoi più duri avversari fu il ministro Villamarina.
Così “convinto dei servizi importanti che potrebbe rendere una truppa di abili bersaglieri, particolarmente nelle montagne e paesi rotti”, sottopose al Re Carlo Alberto la sua proposta.
Questa “Proposizione” costituisce la carta fondamentale del Corpo. Vi si legge: “mentre l’ufficio della truppa leggera consiste nel distendersi, coprire di fuoco la linea, e correre sparando, i bersaglieri devono invece portarsi in siti coperti, non sparare su d’un punto solo, e non porre altra cura che di colpire con esattezza”.
La Marmora aveva previsto e studiato tutto nei più minuti particolari, e i singoli capitoli della “proposizione” danno un’idea esatta della scrupolosità con la quale aveva esposto al Re la sua idea.
Il primo capitolo si occupa della scelta degli uomini ed elenca le qualità e doti fisiche e morali proprie di quella prima schiera di bersaglieri.
Il secondo riguarda l’arma, cioè il famoso schioppo ideato dal Nostro – appassionato studioso di balistica – in collaborazione con il fratello Alfonso, dopo lunghe esperienze fatte con armi di vari tipi. Anche estere.
L’ama a retrocarica, aveva doto molto superiori a quelle della carabina da poco adottata. Non solo il proiettile era in grado di colpire persino a 400 passi e si potevano sparare addirittura sette colpi in due minuti, ma la nuova arma era corredata anche da una baionetta pieghevole della stessa lunghezza del fucile. Ed era fornita di un puntale aguzzo nel calcio che rendeva facile “lo scalar picchi, saltar fossi e crepe, scavalcar siepi e muretti”.
Ai due capitoli fanno seguito dei cenni sull’istruzione e, infine, la “proposizione” si conclude con un paragrafo dedicato al servizio principale dei bersaglieri in campagna. Gli scopi precisi del corpo dovevano essere “di secondare con la precisione ogni operazione principale concentrando il fuoco sopra li capi, aiutanti di campo e altri, portando lo scompiglio nelle file avversarie”.
Sul cadere del 1835, il comandante aveva presentato privatamente a Carlo Alberto, come campione, il proprio furiere Vaira con la divisa da lui stesso ideata e l’armamento; e il Re, colpito da quella figura spavalda di moschettiere, con fiuto giusto di soldato, voltosi a La Marmora, aveva detto:
“ Fort bien; a tantot l’istitution “
E in una giornata sfavillante di sole, era il 18 giugno 1836, I primi bersaglieri sfilarono per le vie di Torino. Erano usciti dalla Caserma Ceppi e in testa marciavano dodici soldati tutti vestiti di nero, agili e svelti che sembravano diavoletti . La proposta di La Marmora fu tradotta il 1° luglio 1836, con la costituzione ufficiale della prima compagnia bersaglieri.
Le grandi battaglie si svolgevano fino ad allora in ampi spazi, con eserciti schierati a quadrati d’uomini, con la cavalleria ai lati e l’artiglieria dietro, dove dirigere gli uomini a vista diventa sempre più difficile nel fumo della battaglia.. Basta perdere uno dei tanti fattori strategici perché lo scontro volga al peggio. Non esiste il concetto d’inseguimento, perché la mobilità della fanteria è insufficiente; non c’e supporto logistico, di comando e di comunicazione tra i reparti. In questo senso, la proposta del La Marmora, fa piazza pulita di alcune limitazioni perché si propone la creazione di una fanteria leggera, veloce, armata di carabina a retrocarica con viveri e munizioni per tre giorni, da impiegare alla spicciolata, anche contro la cavalleria. In questa situazione è importante decidere delle proprie mosse in piena libertà, autonomia e spirito d’iniziativa individuale. La storia dimostrerà poi che in quanto ad individualismo non avremo rivali. La posizione di combattimento non è più quella ritta, ma accasciata. Il bersagliere ha in dotazione una zappetta badile per ritagliarsi una postazione a terra. L’età d’arruolamento è fra i diciannove e venticinque anni con oltre la metà della compagnia d’ordinanza (lunga ferma).
Il battesimo del fuoco avvenne l’8 aprile 1848. La Marmora, chiamato dai bersaglieri “papà Sandrin”, li guidò all’assalto del ponte del Mincio a Goito, presidiato dagli austriaci. La realtà supera l’idea, contro i Cacciatori della brigata Wohlgernuth, una delle più temute fanterie leggiere d’Europa, la figura di La Marmora corpo snello, profilo d’aquila, pizzo all’italiana, occhio acuto e ridente che conduce al battesimo di gloria una schiera irta di punte e mareggiante di piume, si staglia imperiosa nell’orizzonte militare.
Al ponte di Goito, un colpo di fucile gli spezza la mandibola destra, uscendo al disopra dell’orecchio, un ufficiale tirolese si avventa su di lui, e lo rovescia da cavallo, ma egli, nonostante la grave ferita, cala un fendente e lo mette fuori combattimento. E’ questa la terza ferita al volto. Nondimeno, egli rimane alla testa dei suoi, e soltanto a conseguita vittoria si farà medicare, salvo a rimontare a cavallo ed a partecipare, il 18 luglio, « con un cerchio di ferro che dalla nuca gli passa sotto il mento », al fatto d’armi di Governolo, acquistando insieme ai bersaglieri splendida rinomanza. Di qui l’ascesa della formazione scaturita dal suo pensiero, La Marmora andò fierissimo ed ebbe, anzi, dopo la superba prova da essa fornita nel 1848, parole risentite per coloro che, dopo averlo osteggiato in pace, a lui si erano rivolti in battaglia per averne soccorso. « E poi tutti vogliono i miei bersaglieri egli scriveva al fratello dopo avermi contraddetto in tutto ». Ed ancora: «Tutta l’Armata voleva bersaglieri, tutti volevano farsi bersaglieri, i Corpi di linea si volevano istruire in bersaglieri … ; ed il continuo uso ed abuso che si fece di quelle compagnie prova che era sentita da tutti la necessità di accrescere quell’Arma sopra una grande scala ».
Fino a quel momento era stata impegnata soltanto la seconda compagnia, nella sera del 5 aprile sull’Oglio, al comando del capitano sardo Muscac con 166 uomini e quattro Ufficiali. Qui cadde colpito da una fucilata Il Bersagliere Giuseppe Bianchi: il primo caduto piumato.
A sei anni di distanza dalle ultime operazioni belliche, l’esercito piemontese può contare su dieci battaglioni di Bersaglieri già preparati per i futuri impegni. La politica estera di Cavour mira ad inserire, in piena autonomia, il Piemonte nel congresso degli Stati Europei ed a legittimarne la tutela sulle istanze unitarie ed indipendentistiche della Nazione italiana. Questo supremo interesse costituisce la base della partecipazione alla Guerra in Crimea negli anni 1855-1856.L’evento, per le sue difficoltà militari e politiche, richiede l’impiego di truppe eccellenti, in grado di confrontarsi come alleati o come avversari con gli eserciti più potenti dell’epoca. Il 25 aprile 1855 un corpo di spedizione al comando di Alfonso La Marmora s’imbarca per la Crimea dove sbarca il 14 maggio. Fra i 18.000 soldati inviati (5 brigate di fanteria) ci sono 5 battaglioni di bersaglieri. I Piemontesi pongono il campo a Karani, località già infetta dal colera.” Mia cara Rosetta” così scriveva a casa Alessandro La Marmora comandante dei bersaglieri il 30 maggio 1855 ” Dopo otto ore di soggiorno in Costantinopoli siamo giunti a Balaclava. Vi sono alquanti ammalati, ma però senza importanza fuorchè qualche caso di colera nei siti bassi stante la cattiva aria di paludi e di 2000 turchi lì sotterrati………..son persuaso che non farà strage il colera essendo siti molto ventilati e purchè non bere, stare coperti.” Sappiamo da poco che La Marmora, essendo Comandante di presidio nel 1854 a Genova, ebbe occasione di toccare con mano quanto il colera fosse pericoloso. Dovranno passare ancora molti anni prima che Koch ne scopra il bacillo (1882) ed altri 100 prima che si possa effettivamente curare. La città portuale vedeva arrivare giornalmente navi che facevano la rotta del Mediterraneo, toccando porti del vicino Oriente già infettati. La vastità del fenomeno e la città che non poteva essere blindata, lo portarono a valutare fra vari provvedimenti quelli che potevano essere di minima difesa. Furono sottoposti ad accurate pulizie tutti i locali di caserma, ritinteggiati con calce, Fu vietata la vendita nelle caserme di frutta e acquavite. Il problema restavano le fogne, le latrine e le stalle, con gli uomini che vivevano a stretto contatto con queste a cielo aperto. Con la sua determinazione si annotava ricoveri ed esiti. Da questi numeri appare evidente quanto il tempestivo intervento ai primi sintomi e i l ricovero in ospedali attrezzati, influisca sulla risoluzione dell’infezione. I militari colpiti erano il 4,8% e i morti il 2,4 %, mentre i civili avevano percentuali quasi doppie. “Attendo con impazienza le tue lettere” concludeva La Marmora dalla Crimea. La posta allora impiegava 15 giorni per arrivare e quelle risposte non le avrebbe mai lette. Il 7 giugno il colera non gli lasciava scampo. Il suo corpo veniva tumulato a Kadikoi sull’altura Hasford. Passarono gli anni e nel 1909 il Maggiore Negrotto (Il leone del Merzly), di stanza a Milano, lanciò la proposta di riportare in Patria le spoglie di Alessandro la Marmora. Parlò con tutti quelli che condividevano la grande passione per il Corpo, ufficiali e civili, fino ad ottenere l’appoggio di un giornale. Una sottoscrizione popolare fece il resto, per convincere anche il Ministero della Guerra a concedere un Trasporto per la Crimea. Il 20 maggio 1911 la nave Agordat leva le ancore per l’atica Tauride. All’arrivo un comitato accoglie la missione italiana. Si contano anche vecchi soldati che hanno fatto la campagna di Crimea, e che il destino ha voluto preservare fino a quel giorno. Le spoglie di La Marmora, con quelle di un compagno d’armi, Ansaldo di Montevecchio rientrano in Patria. Le ceneri accompagnate da tutti i colonnelli dei 12 reggimenti, rientrano dopo 56 anni nella tomba di famiglia a Biella in San Sebastiano.
I Russi pongono intorno a Sebastopoli un campo trincerato contro il quale si infrange l’attacco sferrato dalle truppe piemontesi il 22 maggio. Le truppe piemontesi intendono allora attaccare dalle alture di Kamara, nei pressi del fiume Cernaia. Il 16 agosto i Piemontesi sono coinvolti in un combattimento di grande importanza. Tre compagnie di Bersaglieri, comandate dal Capitano G. Chiabrera, traghettano il fiume per proteggere la manovra di un reparto di zuavi francesi, investiti da un furioso attacco russo. Al suono delle trombe i Bersaglieri vanno impetuosamente alla carica. Il capitano Chiabrera ed il suo trombettiere sono feriti, ma proseguono in assalto che suscita l’ammirazione degli alleati ed il rispetto del nemico. In ricordo degli zuavi francesi, viene adottato il beretto a fez rosso con fiocco blu.
La Marmora svolse da sé tutto il lavoro di organizzazione: esaminò gli arruolati, redasse teorie e regolamenti , disegnò la divisa. In principio i bersaglieri portavano un cappello molto curioso con la testa stretta ai lati a guisa di grondaia, munito internamente di una calottina in ferro atta a proteggere il capo dai fendenti e ornato da piume verdi. Gli ufficiali portavano la feluca come quelli della Marina. In seguito il cappello divenne tondo per assumere quindi la forma tonda e larga come quella attuale, mentre le piume verdi, troppo visibili e poco mimetiche, furono sostituite con quelle nere; gli Ufficiali portarono invece per qualche anno il chepì, finché con decreto del 1838, Carlo Alberto permise loro l’uso d’un cappello simile a quello della truppa.
Cappotti, giubbe, galloni e paramenti subirono pure trasformazioni di forma e di colore; i pantaloni da attillati divennero larghi; i cordoni verdi, che servivano prima per la fiaschetta della polvere e poi per il fischietto di legno, restarono tali, mentre fu introdotta la mantella di panno, sempre corta, per agevolare il movimento.
Perciò li esortava a gareggiare nella corsa e premiava chi arrivava primo assegnandoli uno scudo dalla sua borsa particolare. Per dedicarsi all’organizzazione del nuovo corpo aveva dovuto vendere tutte le terre di sua proprietà.
Sulla rapidità di corsa dei bersaglieri, diventata ben presto proverbiale, si raccontano aneddoti curiosi. Una volta La Marmora, dopo aver assistito a Torino alla partenza del Re Carlo Alberto che si recava a Genova in vettura, ordinò alla truppa di marciare traverso la collina. La marcia si svolse così spedita che i bersaglieri, col loro comandante in testa, si trovarono a Villanova D’Asti in tempo per attendervi il passaggio del Sovrano, al quale, schierati, resero gli onori.
Nel 1839, malgrado le critiche cui erano soggetti i bersaglieri nell’ambiente militare – visti come un corpo rivoluzionario rispetto ai dogmi correnti – , fu composta la terza compagnia.
Alla sfilata del 1842, al matrimonio della duchessa di Savoia, i principi austriaci furono meravigliati nel vedere i bersaglieri e non parlarono che del loro bel contegno. Da allora a La Marmora vennero fatte altre concessioni, e in quello stesso anno fu costituita la quarta compagnia.
Intanto la fama del Corpo si diffondeva anche all’estero. Il generale prussiano Decker scriveva nel 1884: “Presso i Piemontesi, i fucilieri o cacciatori di montagna hanno il nome di bersaglieri: bene addestrati ai combattimenti isolati ed eccellenti arrampicatori. Formano una mirabile fanteria leggera, non superata che da un solo corpo al mondo: gli Zuavi d’Algeria” . La Francia, che aveva istituito i cacciatori di Vincennes, invio due Ufficiali a Torino per studiare il nuovo Corpo piemontese. Questo fatto finì col far riassorbire le critiche fino ad allora mosse.

Bibliografia essenziale:

– I BERSAGLIERI, Le origini, l’epopea e la Gloria di Manlio Garofano,Pio Langella, Antonio Miele
– UNA VITA SEMPRE DI CORSA, Rivista Militare, Edizione Speciale 51° Raduno
– FIAMMA CREMISI, Periodico della Associazione Nazionale Bersaglieri