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L’evoluzione dello Scudo Romano: I parte – M. Colombelli

[b][size=xx-large][color=000099][font=Arial]L’EVOLUZIONE DELLO SCUDO ROMANO – I parte[/font][/color][/size][/b]

[i][b][size=x-large][color=000099][font=Arial]Autore: Marco Colombelli[/font][/color][/size][/b][/i]


Lo scudo ha sempre rappresentato nell’antichità, lo strumento difensivo più importante per un soldato, sia nel combattimento ravvicinato per ripararsi dai colpi della spada o dalle punte delle lance, e sia nel combattimento a distanza per proteggersi dalle armi da lancio. L’esercito romano non faceva eccezione in questo, e lo scudo utilizzato ha subito una serie di modifiche nel corso dei secoli per adattarsi all’evoluzione/involuzione della tattica impiegata in battaglia.

All’atto della sua fondazione Roma non possedeva lo straordinario esercito che le permise di conquistare il mondo conosciuto e la sua difesa poggiava sui “gentili” il cui armamento dipendeva dalle individuali capacità economiche. Poche sono le notizie che abbiamo su questo periodo e quindi una ricostruzione attendibile del milite è difficoltosa. E’ molto problematico ricostruire tattiche ed ordinamenti dell’esercito romano, anche se è presumibile che fossero alquanto elementari e che l’esercito fosse poco numeroso. L’esercito di Tarquinio Prisco (616-579 a.C.), al quale viene ascritta, per tradizione, la prima organizzazione militare, è fondata sulle 30 curiae in cui era divisa Roma, ognuna delle quali doveva fornire 100 fanti e 10 cavalieri. Il soldato di questo periodo era sicuramente molto simile all’omologo etrusco-villanoviano.
Per definire lo scudo di questo periodo possiamo affidarci ai rinvenimenti di tradizione etrusca e su alcune immagini concernenti l’abbigliamento dei salii per le danze guerriere del Quinquatrus (festa che si teneva il 19 marzo e che segnava l’inizio della stagione delle campagne militari). I salii erano due collegi sacri dediti al culto uno di Marte e l’altro di Quirinus (l’omologo Sabino di Marte).
In alcune gemme o monete ritrovate vengono raffigurati i salii in parata con uno scudo, detto ancile (foto sopra “pietra intagliata con raffigurati i sacerdoti salii e uno scudo detto ancilia – Museo Archeologico di Firenze”), in legno o vimini, ricoperto di cuoio, forse lobato con una forma ovale che ricorda un otto (nella tradizione gli scudi sacri erano dodici ed erano conservati nella Regia, la dimora del Pontefice Massimo. La leggenda vuole che uno scudo fosse caduto dal cielo e che Numa Pompilio ne avesse fatti fare altri undici. Questi, in caso di pericolo, si mettevano in movimento da soli). Nel 1885 sul colle Esquilino (tomba 94) sono state ritrovate alcune tombe, all’interno di una di esse è stata rinvenuta la decorazione esterna di uno scudo tondo del diametro di 61 cm, interamente in bronzo e di fattura certamente etrusca (forse di Tarquinia). Tale scudo era probabilmente da parata, ma nulla ci vieta di pensare che anche tale fosse la forma degli scudi da combattimento (anche se certamente non così riccamente decorati). I ritrovamenti fanno pensare che, precedentemente all’introduzione della falange oplitica, questi fossero gli scudi utilizzati sia dai romani che dalle popolazioni latine e dell’Appennino (almeno fino al 700 a.C.).
Il primo vero esercito romano è fatto risalire, per tradizione, a Servio Tullio, che nel VI sec. a.C. riorganizza l’esercito in base al censo piuttosto che alla provenienza dei soldati. La formazione utilizzata è quella oplitica greca e, quindi, l’armamento risentiva di questa influenza.
La prima classe, quella dei più ricchi, era equipaggiata ad imitazione dell’oplita greco, e quindi era munito di uno scudo tondo “argivo” (argolico per Dionisio mentre Livio usa la parola clipeus) del diametro di circa 1 metro (figura a lato “scudo italico di foggia etrusca, VI-V sec. a.C. rinvenuto in una tomba a Vulci”).
La seconda e la terza linea erano invece equipaggiate con lo “scutum” italico, uno scudo sannitico di forma rettangolare (così lo definisce Dionisio e Diodoro Siculo), introdotto probabilmente nel tardo V sec. a.C., più economico ma egualmente efficace ed in grado di proteggere l’intero corpo del milite. La Situla Certosa, un manufatto del VI sec. a.C. ritrovata a Bologna, raffigura una parata di guerrieri che utilizzano scudi argivi, ovali e rettangolari. Ciò dimostra che etruschi ed alleati utilizzavano questi tipi di scudi e che lo scudo rettangolare rappresentasse solamente una variante di quello ovale.
La quarta e quinta linea non avevano nessuno scudo.
Lo scudo argivo pesava 5/6 Kg. a seconda che il rivestimento fosse di cuoio o bronzo. Il bordo interno poteva essere poggiato sulla spalla sia nello schieramento di battaglia (la falange) e sia in marcia, per meglio distribuirne il peso. Forse era decorato come suggerisce lo scudo del guerriero Latino rappresentato in un rilievo fittile del tempio di Mater Matuta a Satricum (un centauro), alcune rappresentazioni etrusche ritrovate in tombe (cinghiali e altri motivi geometrici) o approssimativamente basate su immagini impresse su monete di epoca repubblicana (cavalli).
La tradizione attribuisce la prima vera riforma dell’esercito a M. Furio Camillo nel IV sec. a.C., il quale introduce l’ordinamento manipolare al posto della formazione falangitica, anche se, molto probabilmente, tale cambiamento avvenne gradualmente. Nella formazione manipolare, la fanteria pesante (hastati, principes e triarii) era munita dello scutum ovale, mente la fanteria leggera (velites) dello scudo tondo denominato parma, in legno e vimini ricoperto di cuoio. Questo scudo era sufficientemente largo da difendere il soldato romano grazie al suo diametro di circa 90 cm. Lo scudo argivo con il tempo scompare, venendo sostituito in toto dallo scutum. Secondo Livio tale scudo venne abbandonato completamente ai tempi dell’assedio di Veio, all’inizio del IV sec. a.C., e secondo Dionigi di Alicarnasso e Plutarco, è con Camillo che i romani iniziano ad utilizzare lo scutum ovale di derivazione celtica.
E’ Polibio, nel VI libro delle “Historiae” (circa nel 150 a.C.), che ci propone l’unica descrizione completa di tale scudo. Polibio, Hipparcos degli Achei e sconfitto a Pydna, fu deportato a Roma. Amico di Scipione Emiliano, lo accompagnò nelle sue campagne, assistendo anche alla distruzione di Cartagine. Sicuramente un testimone attendibile degli eventi.
Lo scutum (figura a lato “Fregio dell’Ara di Domizio Enobarbo che mostra un tipico scutum repubblicano – Museo del Louvre”), in greco thyreos, di superficie convessa misurava 120 x 75 cm, e aveva uno spessore di circa un palmo (10 cm, anche se probabilmente tale misura è relativa non solo allo spessore dello scudo ma anche a quello dell’umbone). La misura era standard tanto che un aneddoto racconta che Scipione Emiliano, durante l’assedio di Numantia, rimproverò severamente un soldato che aveva uno scudo troppo grande. Tale scudo, probabilmente di origine celtica (e non come descritto da Plutarco nelle Vite di origine sabina o sannita), era costituito da due strati di legno incollati tra loro con colla di bue, con un primo strato di lino e uno esterno di pelle di vitello. Le due parti superiore ed inferiore erano rinforzati da un bordo di metallo per proteggerlo dai fendenti delle spade e dai danni provocati dal terreno su cui poggiava. Lo scudo poteva inoltre essere completamente ricoperto nella sua parte esterna da un bordo rinforzato in ferro. La parte centrale esterna era rinforzata da un umbone di ferro (umbo) che poteva avere forma circolare o a farfalla (come nei ritrovamenti ad Alesia), con o senza puntale.
Nella parte centrale esterna poteva avere un rinforzo (spina) in ferro o legno. All’interno lo scudo poteva essere rinforzato da una armatura metallica. Al centro aveva un incavo, per la mano, che corrispondeva all’esterno all’umbone.
Lo scutum aveva normalmente una singola impugnatura orizzontale, anche se in alcuni casi si è potuto notare la doppia impugnatura (metopa di Caieta, rilievi di Aquileia, rilievi di Glanum).
In una ricostruzione realizzata da O’Connoly lo scudo arrivava a pesare circa 10 Kg. Questo tipo di scudo è illustrato in numerosi monumenti del periodo repubblicano. La fortuna, in questo caso, ci è venuta incontro: un esemplare è stato ritrovato a Kasr el Harit nel Fayum (Egitto) nel 1900. Tale scudo era costruito con tre strati di strisce di betulla sovrapposti, quelle esterne orizzontali dello spessore di 25/50 mm, quella interna, di 10 strisce verticali dello spessore di 60/100 mm. Lo spessore al centro era maggiore che ai lati, 1,2 cm invece di 1 cm.
Per questo periodo non esistono testimonianze che lo scudo venisse decorato in alcuna maniera e nemmeno il sempre puntuale Polibio ce ne parla anche se in un rilievo ritrovato a Tarragona, in Spagna, attribuito a Scipione ed eretto negli ultimi anni del III sec. a.C. è mostrato uno scudo con una testa di lupo al centro sull’umbone, di una legione probabilmente dedita a Minerva e forse tale simbolo poteva rappresentare l’emblema della legione. Al contrario, nel monumento di Paolo Emilio possiamo notare che sugli scudi macedoni sono riprodotti motivi ornamentali motivi che mancano invece in quelli romani. Marrone ci narra che l’origine della parola scutum è derivante dalla latina sectura (tagliare), perché fatto di strisce di legno tagliate. Se l’etimologia della parola fosse vera, questo confermerebbe che gli scudi romani erano fatti di strisce di legno compensato. Plinio ci racconta che i tipi di legno utilizzati per costruire gli scudi erano quelli su cui una incisione induceva lo stesso a richiudersi sul taglio: questi legni potevano essere la vite, il salice, il tiglio, il sambuco e due tipi di pioppo.
Questo tipo di scudo, era utilizzato come riparo per il corpo del legionario dal lancio di frecce e altro, mentre quando veniva caricato poggiava tutto il peso del suo corpo sullo scudo per reggere l’impeto e quindi colpire l’avversario , mentre quando avanzava teneva lo scudo diritto proteggendosi. Di seguito, accucciato, combatteva da dietro di esso (nell’ipotesi ricostruttive di O’Connoly).
Lo scudo, per il materiale con cui veniva costruito e per la sua leggerezza e forma concava, era estremamente flessibile ed in grado di ammortizzare i colpi che subiva, evitando al miles danni per il contraccolpo.
Lo scudo era utilizzato non solo come arma di difesa ma come vera e propria arma di attacco: l’umbone era utile per colpire i nemici, mentre il bordo, rinforzato, poteva essere utilizzato per colpi al volto. Tale sistema è significantemente descritto in alcune sculture che descrivono combattimenti gladiatori e nulla ci vieta di pensare, anzi, che lo stesso sistema fosse utilizzato dai legionari, anche per far perdere l’equilibrio al nemico, e permettere, quindi, una maggiore facilità nel colpirlo e nel penetrare le sue difese con il gladio.
Mario alla fine del II sec. a.C. trasformò l’esercito in un corpo permanente di professionisti con una paga, ma comunque non mercenari, perché composto da cittadini romani. I legionari non potevano provvedere al proprio armamentario, che verrà fornito (le spese verranno detratte dalla paga) dallo stato. Lo scutum in questi 250 anni di storia è poco cambiato. In aggiunta possiamo trovare, come viene evidenziato dalle sculture, l’introduzione dei motivi ornamentali sicuramente a partire almeno dal tardo I sec. a.C. E’ possibile che la necessità di riconoscersi attraverso motivi ornamentali, sia dovuta all’esigenza nata con le guerre civili di capire chi si aveva di fronte. Molti monumenti del I sec. a.C., come il sarcofago in terracotta conservato al Museo Archeologico di Firenze, o il monumento onorifico eretto per Sesto Appuleio, mostrano l’uso sugli scudi di elementi geometrici, forse di ispirazione celtica, mentre nello stesso monumento è mostrato uno scudo da cavalleria con un leone dipinto. La tradizione vuole che Mario introdusse per la fanteria leggera un nuovo scudo ovale, il parmula bruttiana.
Vegezio ci racconta che in epoca cesariana lo scudo aveva un fregio o disegno che differiva a seconda della coorte di appartenenza e che veniva chiamato deigmaton, e che inoltre il miles scriveva il proprio nome, la coorte e la centuria di appartenenza nella parte posteriore dello scudo. Questa pratica era sicuramente comune nel periodo imperiale, mentre non esistono inequivocabili evidenze sull’utilizzo di segni contraddistintivi delle unità sugli scudi in questo periodo.
Frontino (30-103/104 d.C.) ne “Stratagemmi” ricorda che Scipione Africano, prendendo il comando delle legioni nell’assedio di Numantia nel 134 a.C., notò uno scudo di un legionario elegantemente decorato, e rimase meravigliato che lo stesso avesse dedicato più tempo allo scudo che al gladio. Questo non vuole assolutamente dire che il soldato decorasse lo scudo a suo piacimento, ne che lo facesse secondo i disegni imposti dalla sua unità di appartenenza. Altri storici come Livio ci descrivono lo scudo accuratamente, senza parlare di disegni. Silio Italico, al contrario, assegna a Scipione uno scudo decorato con l’immagine del padre e dello zio in battaglia.
Nel De Bello Hispaniense si racconta che due legionari avevano lo “scudo ornato da splendidi fregi in metallo istoriato”. Molti di tali fregi in lamina di metallo, sono stati ritrovati ad Alesia: essi hanno la forma di fiamme, borchiette, ecc. e costituivano sia un abbellimento e sia un naturale rinforzo dello scutum. Possiamo ritrovare immagini di scudi con fregi anche in numerose monete emesse ai tempi di Cesare ed Augusto raffiguranti raggi o stelle a 5 o 8 punte (probabilmente la rappresentazione del sidus iulium, la buona stella sotto la quale era nato Cesare). I ritrovamenti nella Gallia Narbonense ci restituiscono scudi con fregi a folgori alate di Iuppiter (forse allusivo all’imperium cesariano e comunque adottato da Augusto in poi come segno distintivo). Per i colori possiamo rifarci alla descrizione del De Bello Hispaniense e ai mosaici augustei in Praeneste: scudo bianco con bordo giallo e folgori nere, ali o volute. Alcuni milites avevano impresso sullo scudo il nome del loro generale (alcune monete di epoca augustea mostrano parmae con il nome di Cesare e lo stesso Quintiliano nelle “Declamazioni” attribuisce ai soldati di Mario la stessa tradizione).
La cavalleria utilizza (figura a lato “rilievo posto nel Foro Romano e che mostra un cavaliere con lo scudo rotondo”), secondo Polibio, uno scudo rotondo (parma equestris) in pelle di bue simile al popanum (la focaccia utilizzata nei sacrifici),anche se Polibio aveva in mente, probabilmente, gli scudi utilizzati dalla cavalleria greca, rotondi con un umbone centrale ed una spina di rinforzo, come illustrato su alcune monete del periodo repubblicano. Conferma ci giunge da Orazio nelle “Odi”, il quale partecipò alla battaglia di Filippi nel 42 a.C. in qualità di tribuno (nel suo caso aveva un parmula, un piccolo parma). Va detto, però, che non tutti gli ufficiali, a cominciare dallo stesso Cesare, usavano il parma, ripiegando invece sullo scutum, anche se normalmente tribuno e console utilizzavano lo scudo rotondo, a completamento di un abbigliamento alla greca.
Come mostrato in alcuni ritrovamenti, gli scudi della cavalleria, potevano essere decorati. In una moneta commemorativa di C. Servilio troviamo uno scudo con una “M” che probabilmente rappresentava l’iniziale del nome di un suo antenato, tale Marcius; in un bassorilievo conservato nel Palazzo dei Conservatori per ricordare il sacrificio di Marco Curzio, viene mostrato uno scudo con una gorgona al centro. Altri raffigurazioni di scudi meno comuni sono state rintracciate dagli archeologi e tra queste spiccano quelle della scultura trionfale di Colonia Zama o della Casa dell’Impluvio di Pompei, con un clipeus rotondo di derivazione oplitico riccamente decorato e forse argentato e raffigurante Diana Cacciatrice.
Durante la marcia, lo scudo veniva ricoperto con un telo di pelle (probabilmente di montone o di capra) impermeabilizzato con grasso, il tegimen, per proteggerlo dalle intemperie, e che veniva rimosso unicamente durante le guardie ed in prossimità dei combattimenti. Le ipotesi ricostruttive del tegimen sono basate su frammenti ritrovati nel sito della fortezza di Vindonissa (oggi Windisch, Svizzera). Nel De Bello Gallico viene narrato un episodio nel quale lo scudo viene nascosto dal tegimen per non mostrare i fregi (“ordinando di non applicare i fregi e di tenere nascoste le insegne, per non essere scorti dalla città”).
In marcia, lo scudo era trasportato appesa ad un balteo, probabilmente ben in alto, per non intralciare i movimenti del legionario, come hanno dimostrato alcuni gruppi di ricostruzione storica.
Disegni tipici sugli scudi repubblicani (quando erano presenti, giacché lo scudo poteva essere semplicemente colorato in rosso o giallo) erano rappresentati da animali (cinghiali con la cresta alzata in segno di attacco, lupi, cavalli alati) e motivi geometrici vari (una cornice colorata ovale intorno allo scudo, linee diagonali incrociate, cerchi concentrici).
Ad Augusto va attribuita la grande riforma che modificò la struttura dell’esercito fino al III sec. d.C. dividendo i milites in legionari (cittadini romani) e auxilia (peregrini), rafforzando e normando il principio del volontariato professionale. Ma questo lo vedremo nella seconda parte dell’articolo.